Blitz quotidiano
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Manovre militari nel Pacifico: 5 navi cinesi fra 1.200 americane e alleate

ROMA – Cina contro Usa sul Pacifico: perché le manovre militari insieme? Anche la marina militare cinese ha preso parte alle esercitazioni navali multinazionali “Rim of the Pacific” (Rimpac), le più grandi al mondo e sotto la guida Usa. La presenza di Pechino era composta da un cacciatorpediniere, una fregata, una nave di sostegno e una ospedale, un sottomarino per il recupero di vascelli e due elicotteri. Il contingente militare impegnato nelle manovre ammontava complessivamente a 1.200 unità. Alla Cina è stato assegnato un ciclo di manovre, tra cui il controllo dei danni e il recupero sottomarino.

Bern Zhand, dello Spiegel online in lingua inglese ha affrontato la questione in un lungo reportage. La flotta cinese si è unita a metà giugno a un’unità americana nel Pacifico occidentale, navigando poi in formazione verso Pearl Harbor, nelle Hawaii. La prima partecipazione cinese è del 2014, ma le tensioni nel mar Cinese meridionale avevano rilanciato l’ipotesi di un possibile ritiro dell’invito. Già le tensioni nel mar cinese: Pechino rivendica diritti su alcune isole, le Nazioni Unite sostengono il contrario: la Corte d’arbitrato Onu per la Legge del Mare dell’Aja ha deciso che le pretese della Cina “sui diritti storici” nel mar Cinese meridionale “non hanno alcun fondamento giuridico”, ma il presidente cinese Xi Jinping aveva risposto che la Cina non accetterà proposte o azioni basate sulla sentenza del tribunale.

L’intransigenza cinese, che mai aveva portato a questo livello di assertività le proprie rivendicazioni non solo su isole e atolli lungo la costa del mar cinese del sud ma anche sulle rotte marittime di cui Pechino vuole l’esclusiva sull’uso commerciale, dicevamo questa intransigenza si scontra con la direzione impressa dall’amministrazione Obama con il grande contributo di Joe Biden, per cui gli Usa sono una nazione del pacifico, la nazione egemonica ed entro il 2020 vuole che il 60% dei traffici da e per il globo, siano concentrati in quest’area.

Gli interrogativi, a questo punto, sono obbligati. Perché invitare una nazione che sta dispiegando mezzi e risorse per una politica estera aggressiva sullo scacchiere pacifico? Perché coinvolgerla in operazioni dove può condividere metodi, tecnologie e strategie che potrebbero un giorno dover essere usate contro la Cina stessa? Il reporter dell’edizione inglese dello Spiegel può raccogliere solo pareri accennati, suggestioni e generici appelli al buon senso e alla collaborazione come primo efficace deterrente al conflitto.

La Cina non ha dichiarato nessuna “dottrina Monroe” (nel 1823 il presidente Usa James Monroe stabilì una volta per tutte l’egemonia americana sul continente che doveva restare zona di influenza commerciale e strategica esclusiva) a proposito delle sue mire nel mar cinese meridionale. “Una scelta del genere avrebbe un impatto immediato molto preoccupante, sarebbe visto dalle controparti come un’aggressione diplomatica e condurrebbe a un serio confronto – spiega il direttore del Center for American Studies at the Renmin University of China e consigliere del governo di Pechino -. Tuttavia questo non si applica ai desideri e ai pensieri inconsci di molti cinesi. Perché se si guarda ai comportamenti, alle azioni concrete, diventa evidente che Pechino sta reclamando il suo predominio nell’Asia dell’Est e nel Pacifico occidentale”.