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Donald Trump, braccio destro nei guai: strattonò giornalista

WASHINGTON – Guai nella campagna elettorale di Donald Trump. Il manager della sua campagna elettorale è accusato di aver malmenato una giornalista. E’ stato tecnicamente arrestato – anche se si è presentato spontaneamente alla Polizia di Jupiter, in Florida – ed è ora a piede libero. Dovrà comparire davanti al giudice il 4 maggio.

Un terremoto, perché i rivali di Donald Trump non hanno mancato di partire all’attacco con il dito puntato contro la “cultura di abuso” perpetrata dalla macchina elettorale del tycoon secondo Ted Cruz, e John Kasich che senza mezzi termini definisce un “bullo” il braccio destro del magnate di New York.

Al centro della vicenda c’è Corey Lewandowski, sempre al fianco di Trump in conferenze stampa, comizi, eventi elettorali. E’ il manager della sua campagna ma anche di fatto il suo ‘guardaspalle’. Protegge il candidato dalla folla che lo segue continuamente, che sia di adoranti fan o di giornalisti assetati di quelle piccole frasi spesso esplosive che Trump non fa mancare nella cronaca di questa infuocata corsa verso la Casa Bianca.

Proprio per questo una giornalista di Breibart News, Michelle Fields, si trovava accanto al miliardario al Mar-a-Lago Club di sua proprietà a Palm Beach l’8 marzo. Troppo vicina secondo il fedele assistente, che per liberarsene la allontana strattonandola per un braccio.

Proteste immediate, tweet e retweet, titoli su siti web e giornali. Sembrava tutto superato con le reazioni scandalizzate diventate ormai quasi routine per chi segue passo dopo passo la marcia di Trump. Ma un video sembra incastrare Lewandowski insieme con la testimonianza della giornalista che non si è fermata alla denuncia verbale.

Strenua la difesa del fidato collaboratore da parte dell’entourage del tycoon: “E’ assolutamente innocente. Si dichiarerà non colpevole e non vede l’ora di farlo in tribunale”. Poi, giunge il tweet di Trump in persona: Lewandowski “e’ un uomo molto per bene”, e l’invito a guardare con attenzione il video incriminato: “non c’è nulla!”.

Il video non è un granché rivelatore a occhio in effetti. Resta il fatto che uno stretto collaboratore di Trump che aspira a diventare presidente degli Stati Uniti sarà in tribunale ai primi di maggio, prima che sia conclusa la caccia ai delegati, prima delle primarie di giugno in California, prima della convention repubblicana dove l’establishment del ‘Grand Old Party’ (Gop) intende tentare il tutto e per tutto per fermare il ‘fenomeno’ fin qui inarrestabile.

Lo conferma l’ultimo sondaggio Nbc che vede Trump in testa sul fronte Gop con il 48% dei consensi, mentre Ted Cruz segue a distanza con il 27%, e John Kasich è al 18%. E’ una coincidenza che la vicenda sia esplosa proprio il 29 marzo, mettendo in evidenza ancora una volta il ‘pandemonio’ che la discesa in campo di Donald Trump scatena anche sul piano giornalistico.

Tutti vogliono un po’ di Donald, che finisce dritto in prima pagina. Ma il monito sul metodo arriva dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama, quando invita i giornalisti a non rinunciare al rigore della professione. Per nome Trump non lo menziona mai, eppure è chiaro il riferimento di Obama: il lavoro di un giornalista politico

“è molto di più che consegnare a qualcuno un microfono, ma significa scavare a fondo e mettere in discussione. Continuate a credere in un elettorato ben informato la nostra democrazia ha bisogno più che mai di voi”.


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