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Elezioni Usa, Donald Trump disperato: fa causa in Nevada, sondaggi pilotati, minaccia ricorsi

NEW YORK – Sondaggi pilotati, anomalie nel voto anticipato, una causa intentata in Nevada su presunti brogli elettorali a Las Vegas. A poche ore dalla chiusura dei seggi Donald Trump continua a tenere in scacco l’America e il mondo intero seminando dubbi e lasciando intendere che potrebbe impugnare i risultati delle elezioni se il margine con la rivale Hillary Clinton fosse esiguo.

L’ultima disperata denuncia l’ha consegnata alla Fox e alla Cnn: alcune urne elettroniche non funzionano correttamente, trasformando i voti repubblicani in voti per i democratici. Un caso, spiegano i media, si è verificato a Lebanon, nei pressi di Pittsburgh, in Pennsylvania, dove alcune urne elettroniche invertivano i voti, quelli repubblicani ai democratici ma anche il contrario.

Poco prima è stata la volta del Nevada, dove il magnate ha presentato un’azione legale, denunciando anomalie durante il voto anticipato nel’area di Las Vegas. Secondo le carte il candidato alla Casa Bianca ha chiesto informazioni su quattro seggi che sarebbero stati aperti oltre l’orario di chiusura, con alcuni voti che sarebbero stati registrati a tempo scaduto.

Ma un giudice del Nevada lo ha subito messo a tacere, respingendo le accuse. L’apertura al di là del limite “sembrerebbe essere stata coordinata volontariamente con gli attivisti democratici per favorire in modo illegale i candidati democratici”, si legge nella querela. La causa è la prima in questa elezione. Le autorità della contea di Clark, alle quali si riferisce Trump hanno prontamente respinto le accuse, precisando che nessun seggio è stato aperto oltre l’orario previsto. La contea di Clark potrebbe avere un ruolo chiave nel voto del Nevada dato l’elevato numero di ispanici nella popolazione.

La campagna di Trump aveva chiesto che i dati dei quattro seggi contestati nella causa fossero conservati e sequestrati. Il giudice Gloria Sturman ha però negato la richiesta perché la legge già prevede che i dati siano conservati. “Non posso obbligare a qualcosa che è già previsto come obbligo dalla legge”, afferma Sturman, esprimendo le proprie preoccupazioni per l’interesse della campagna di Trump a conoscere i nomi di chi ha lavorato nei quattro seggi. La campagna di Trump ha insistito sul fatto che le informazioni sono necessarie come eventuale prova per voti illegali.

Già in mattinata, recandosi al seggio, dove è stato accolto da molti contestatori, Trump ha minacciato di non accettare una eventuale sconfitta: ”Se riconoscerò la vittoria di Hillary Clinton? Vedremo cosa succede”. Del resto aveva iniziato la sua ultima giornata elettorale con una intervista alla Fox in cui denunciava sondaggi dell’ultima ora ”sbagliati di proposito: ritengo che in molti non avvengano neanche interviste”.

Anche Donald Trump Jr, il figlio maggiore di Donald, si è lasciato andare a dichiarazioni sibilline, sostenendo che ”la nostra famiglia rispetterà il risultato” di ”un’elezione giusta”. In ogni caso, ha garantito, il padre resterà ”coinvolto in qualche modo” in politica anche se perderà le elezioni.

Il tycoon ha seminato dubbi sul dopo elezioni andando a votare a metà mattinata con la moglie Melania, la figlia Ivanka, il genero Jared Kushner e la nipotina Arabella in un seggio allestito in una scuola sulla 56/ma strada, nel cuore di Manhattan, bastione democratico dove dovrebbe essere largamente sconfitto dalla Clinton.

Quando è arrivato a bordo di un mini-van scuro, le imponenti misure di sicurezza non hanno impedito che ad accoglierlo ci fossero un centinaio di  manifestanti, al grido di “New York ti odia!” Dal marciapiede opposto, però, si sono levati degli applausi, in particolare da parte di una mezza dozzina di muratori al lavoro, sui cui caschi spiccavano adesivi inneggianti al tycoon. Evitato invece l’incrocio con un paio di anonime contestatrici a seno , probabilmente attiviste dell’organizzazione femminista Femen: la polizia le aveva allontanate poco prima.

Ha stretto qualche mano e si è fermato solo un attimo davanti al banchetto di un bimbo che offriva fette di torta, ha accettato il dolce e ha scambiato il cinque con lui prima di uscire quasi di corsa. Con i giornalisti poche battute. A chi gli ha chiesto per chi ha votato ha risposto scherzosamente: ”Decisione difficile…E’ stata dura”. Poi il ritorno al suo fortino, la blindatissima Trump Tower sulla Fifth Avenue, icona del suo impero immobiliare: un grattacielo di 58 piani costato 400 milioni di dollari, sede operativa della Trump organisation e, agli ultimi tre piani, del suo lussuosissimo appartamento in stile Luigi XVI, tutto marmi, ori, sete e arredi preziosi, con vista mozzafiato su Central Park.

Infine il trasferimento nel vicino Hilton Midtown, uno dei più grandi e alti alberghi di New York, per trascorrere con i fedelissimi quella che nei giorni scorsi aveva già definito come “victory party”. L’el, piuttosto anonimo, ha ospitato in passato diversi presidenti, tra cui John F. Kennedy, ma mai un candidato in attesa del risultato del voto.