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Elezioni Usa, Hillary 59.923.027 voti Trump 59.692.974. Ma il presidente è Donald perché…

WASHINGTON – In termini assoluti Hillary Clinton ha rastrellato un totale di 59.923.027 voti nazionali. Donald Trump qualcuno in meno: 59.692.974. Ma il 45esimo presidente degli Stati Uniti è quest’ultimo: merito o colpa del sistema elettorale americano. Al tycoon infatti andranno i voti dei grandi elettori, espressi in numero variabile dai singoli Stati americani con sistema maggioritario, un sistema cioè piglia tutto che assegna l’intero pacchetto al partito che si aggiudica anche un solo voto in più all’interno di quel bacino elettorale.

Così a Trump sono andati 306 grandi elettori, contro i 232 di Clinton. La soglia “magica” per guadagnarsi la Casa Bianca era di 270. Alla Clinton resta invece la magra consolazione di aver vinto il cosiddetto “voto popolare”, con una differenza – provvisoria – di appena 230mila voti. Alla possibilità di un sorpasso della Clinton nei voti popolari aveva fatto un breve accenno nella nottata elettorale già il suo consigliere John Podesta, che così aveva giustificato un leggero ritardo nella telefonata “della concessione”.

L’ex Segretario di Stato è la quinta candidata presidenziale nella storia americana a perdere le elezioni nei collegi, avendo tuttavia vinto nel voto popolare. Prima di lei, accadde al democratico Al Gore nel 2000 che ottenne in realtà più voti del vincitore, George W. Bush. Ci furono contestazioni in quel caso ma per tutt’altra ragione e cioè le schede elettorali manomesse in Florida. Altri tre casi precedenti si sono verificati nell’Ottocento.

Questi i numeri delle elezioni americane 2016:

VOTO POPOLARE – La candidata democratica ha raccolto in termini percentuali ha ricevuto il 47,7% delle preferenze degli elettori, Trump il 47,5%.

GRANDI ELETTORI – Tuttavia Trump varcherà la soglia della Casa Bianca per il voto dei Grandi elettori che ogni Stato assegna al candidato vincente: 270 è la quota necessaria per diventare presidente. Con 2 Stati ancora da assegnare – il New Hampshire (4 Grandi elettori) e il Michigan (16) – Trump ne ha finora ottenuti 279, con un ampio margine rispetto ai 228 di Clinton.

STATI CHIAVE – A spingere in avanti Trump sono state le vittorie nei cosiddetti swing State, gli Stati in bilico, come la Florida (29 Grandi elettori) e il North Carolina (15), ma anche in quei Stati che i sondaggi avevano dato come più favorevoli a Clinton, tra cui il Wisconsin (10) e la Pennsylvania (20).

I sondaggi ancora una volta hanno dimostrato i loro limiti e il tycoon ha compiuto il miracolo: è riuscito a strappare alla candidata democratica, in leggero vantaggio alla vigilia, tutti gli Stati necessari per conquistare la fatidica soglia dei 270 grandi elettori necessari per la vittoria. Infrangendo il sogno della prima donna Commander in Chief. Quello di Trump nella lunga nottata elettorale è stato un filotto inarrestabile: Ohio, Florida, North Carolina. E poi ancora l’Iowa, il Nevada, e così via. Uno per uno tutti gli stati in bilico, fino al colpo finale con Wisconsin e Pennsylvania, che hanno decretato il ko della Clinton.

Forse è anche per questo che Trump presidente si è mostrato di gran lunga più moderato del Trump candidato, fin dalle sue prime parole: “Sarò il presidente di tutti”, ha detto. Perché nelle prime ore dopo la svolta la parola d’ordine è l’unità. Un’unità che non sarà facile conquistare dopo una delle campagne elettorali più velenose e divisive che si ricordino. “E’ ora di superare le divisioni”, ha auspicato.

Lo attende ora un passaggio di consegne che in America dura oltre un mese. Sarà un periodo di transizione in cui il nuovo Presidente dovrà formare il nuovo governo e scegliere chi mettere nei posti chiave dell’amministrazione. Poi, concluso il processo elettorale con l’insediamento del nuovo Congresso e il voto dei grandi elettori, si arriverà al 20 gennaio prossimo, il giorno dell’ingresso di Donald Trump e della nuova first lady Melania alla Casa Bianca. Per quella data, ad attendere Trump ci sarà comunque un Congresso “amico”. Perché dalle urne dell’Election Day è uscita anche una schiacciante vittoria del Grand Old Party, che mantiene il controllo sia della Camera dei Rappresentanti che del Senato.