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Elezioni Usa: Trump umilia anche i sondaggi. L’algoritmo ignora l’America profonda

ROMA – Elezioni Usa: Trump umilia anche i sondaggi. L’algoritmo ignora l’America profonda. “I sondaggi sono una bestia strana”, avverte Renzi (ma parlava di referendum): ora che Donald Trump ha smascherato l’aleatorietà di ogni previsione certificando l’ennesima conferma sull’incapacità dei politici, degli analisti, delle élite di comprendere paure e aspirazioni dell’elettorato americano, sul banco degli imputati finiscono anche i sondaggisti.

Lo stesso Trump – ma stava mettendo le mani avanti in caso di sconfitta – era convinto che i sondaggi che lo davano soccombente fossero truccati. Però aveva ragione e fiuto quando diceva, contro tutti, che i sondaggisti erano in errore, “come hanno sbagliato le previsioni su Brexit, sbaglieranno anche quelle sulle elezioni americane”. Il problema sono i nuovi algoritmi, i modelli matematici: e sulle elezioni più importanti del pianeta hanno fatto fiasco.

“I sondaggi hanno ormai la stessa accuratezza delle previsioni astrologiche”, ironizza il sito The Hive. E, scorrendo così a caso qualcuno dei sondaggi dei centri media più prestigiosi, non si può dargli torto. Serena Danna sul Corriere della Sera mette alla berlina qualche nome eccellente.

Da quello del New York Times, che ieri ha salutato l’Election Day assegnandole l’85% di possibilità di conquista della Casa Bianca, fino ai diversi sistemi di previsione proposti dalle superstar della statistica. Con Nate Silver, ideatore del sito Five Thirty Eight, che ha sempre concesso a Donald Trump solo una possibilità su tre di diventare presidente, e il suo competitor Sam Wang del Princeton Election Consortium che negli ultimi giorni è arrivato ad assegnargli l’1% di chance di vittoria: previsioni affidate ad algoritmi, calcoli e formule che si sono date battaglia nei salotti televisivi e sui social network con l’obiettivo di affermare la bontà di un modello su tutti gli altri, ma fallendo tutte clamorosamente. (Serena Danna, Corriere della Sera)

D’altra parte i sondaggi misurano le intenzioni di voto di chi desidera comunicarlo, non intercettano però il sentimento profondo della cosiddetta “maggioranza silenziosa” che, per definizione, si esprime solo nel chiuso dell’urna. Stigmatizzati come razzisti in pubblico, in molti non trovano il coraggio di esporsi, salvo farlo al momento decisivo. In America, questo fenomeno è noto come “effetto Bradley”. In Italia lo conosciamo bene: non era abbastanza cool dichiararsi democristiani o, in seguito, berlusconiani: al riparo della cabina elettorale però i consensi fioccavano eccome. Alla faccia di sondaggisti e maestrini col dito puntato.