Politica Mondo

Erdogan, un dittatore per volontà popolare (aggiustata)

Erdogan, un dittatore per volontà popolare (aggiustata)

Erdogan, un dittatore per volontà popolare (aggiustata) (foto Ansa)

ROMA – Erdogan, il bilancio (parziale e soltanto finora, dategli tempo) è di quarantamila arresti e circa 250mila epurazioni, dieci mesi di stato d’emergenza, una guerra su base etnica e una insofferenza di Stato per ogni forma di laicità nella vita pubblica…

Dopo e in seguito a questo “massaggio”, l’elettorato turco ha dato in cambio ad Erdogan ogni immaginabile potere. Potrà nominare perfino i Rettori delle Università oltre a ministri, generali, presidenti di tribunali, potrà governare senza nessun vicolo del Parlamento, potrà sospendere le (residue e scarse) libertà civili e politiche nel paese se e quando vorrà, potrà restare in carica fino al 2.029, e, se gli va, fino al 2.034.

Un dittatore, la Turchia ha scelto una dittatura. Perché dittatura e non altro è un regime dove la “guida” resta in carica per i prossimi 17 anni, si eliminano come nocivi i poteri di controllo e bilanciamento (Parlamento, Magistratura), si sottopone sotto il controllo e indirizzo governativo al scuola e l’università, si cacciano dagli impieghi e incarichi pubblici quelli che non assicurano fedeltà al regime. Dittatura islamista per di più perché esplicitamente il regime esibisce la sua caratura religiosa e apertamente predica e instaura una morale pubblica in cui il cittadino obbedisca alla coppia Stato-Moschea.

Questo ha scelto la Turchia, una dittatura. Scelta che ha attenuanti. Prima fra tutte la intimidatoria e squilibrata campagna referendaria per il Sì o No a tutti i poteri ad Erdogan. Giornali e tv d’opposizione ridotti al silenzio e non è un modo di dire, in Turchia le galere sono piene di giornalisti anti regime, tutti dentro con l’accusa di sostegno al terrorismo. E nelle tv rimanenti l’80 per cento dello spazio messo a disposizione del Sì. E in tutto il paese l’apparato dello Stato a lavorare per il Sì e a comunicare che chi votava No, se scovato, perdeva il posto. Minaccia molto credibile visto che Erdogan ha già cacciato almeno 250 mila tra militari, poliziotti, giudici, insegnanti, funzionari e impiegati pubblici giudicati non affidabili per il regime. Chi ha fatto 250 mila fa presto a fare mezzo milione. Quindi il No viaggiava clandestino o quasi, è questa l’attenuante della scelta per la dittatura.

Scelta per la dittatura che ha anche spiegazioni: il mai sopito e rieccitato nazionalismo turco in chiave anti europea. La mobilitazione e l’individuazione del nemico interno-esterno, il nemico etnico, cioè i curdi. L’abbraccio tra il regime e la Moschea, la reciproca benedizione. L’assistenzialismo sotto forma di sussidi agli strati più poveri della popolazione. L’astio e il disprezzo per le elites occidentalizzanti (Istanbul e Ankara hanno votato No a maggioranza). Insomma il composto quasi classico delle dittature che nascono in favore di popolo, una miscela notissima.

Spiegazioni e attenuanti cui va sommata anche la più che probabile circostanza di un voto “aggiustato” a favore del Sì. Vittoria col 51,3 per cento e soprattutto con la decisione di conteggiare anche schede senza timbro. L’opposizione a Erdogan o quel che ne rimane dice: “brogli”. Probabile ma non cambierà nulla. Erdogan in persona ha già ammonito Europa e Usa e farsi i fatti loro e a “rispettare il voto”. Quasi una implicita ammissione che il voto è stato “aggiustato” questo monito all’Occidente a non impicciarsi.

Monito che probabilmente sarà ascoltato, finora è stato così. Finora l’Europa soprattutto ha fatto finta di non vedere cosa è davvero la Turchia, il terrore dei migranti degli europei ha aiutato la nascita della dittatura Erdogan, l’Unione Europea versa anzi dei miliardi di euro alla Turchia perché faccia filtro e non li scarichi tutti sulla “rotta balcanica” Grecia-Macedonia-Serbia e via resto d’Europa. Da anni l’Europa recita con se stessa la pantomima della Turchia democrazia in via di sviluppo che faticosamente si avvicina alla Ue. Nel durante della recita la Turchia diventava autocrazia, regime e ora finalmente dittatura.

Spiegazioni, attenuanti, voto “aggiustato”…Però la sostanza di quanto accaduto nel referendum in Turchia non muta nel suo nocciolo. Ancora una volta, ancora una delle molte volte nella storia, una dittatura viene sancita da un voto popolare. Ancora una volta è la volontà popolare a mettere sul capo di un uomo la corona di dittatore. A riprova della quasi costante storia e politica più indigeribile sia per i democratici che per i populisti: il consenso degli elettorati non è negato ai dittatori, anzi.

Costante storica indigeribile per i democratici perché mostra la fragilità intrinseca della democrazia, il suo carattere di mai acquisita conquista e stabile sistema, la necessità di perenne vigilanza a mobilitazione a difesa (cosa che le attuali opinioni pubbliche europee ignorano o sottovalutano quando non disertano).

Indigeribile per i “populisti” perché attesta, riprova, conferma che la volontà popolare, gli elettorati non hanno sempre ragione, anzi. Democrazia vuole e obbliga ad attenersi a quel che la gente vota ma non di rado accade che la gente voti la fine della democrazia. Non c’è stata nella storia dittatura senza consenso, nei secoli passati, nel secolo scorso e anche in questo di secolo la volontà popolare fabbrica, appena e quando può, i suoi dittatori.

To Top