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La Corte suprema annulla il voto in Kenya. E Uhuru Kenyatta “rivede” il sistema giudiziario

La Corte suprema annulla il voto in Kenya. E Uhuru Kenyatta "rivede" il sistema giudiziario

La Corte suprema annulla il voto in Kenya. E Uhuru Kenyatta “rivede” il sistema giudiziario

ROMA – Uhuru Kenyatta, presidente uscente del Kenya, non ha evidentemente gradito la decisione senza precedenti della Corte Suprema di Nairobi di annullare la sua rielezione e a pochi giorni di distanza ha promesso di “rivedere” il sistema giudiziario.

Il presidente uscente ha inoltre avvertito il presidente della Corte Suprema e il capo della magistratura, di non interferire con la commissione elettorale in quanto il paese si prepara a un nuovo voto presidenziale.

Kenyatta ha nuovamente accusato la corte di ribaltare la volontà del popolo dopo la sua vittoria dell’8 agosto. Il tribunale, infatti, aveva dichiarato che la commissione elettorale aveva commesso irregolarità e chiesto una nuova elezione entro 60 giorni.

Keniatta ha rilanciato definendo “truffatore” il tribunale e annunciato l’inizio della sua nuova campagna elettorale.
“In 60 giorni mostreremo che la volontà della gente non può essere rovesciata”, ha detto Kenyatta. “Ritorneremo e rivedremo questo problema, dobbiamo risolverlo”, scrive dawn.com

Il leader dell’opposizione Raila Odinga aveva invitato la corte a contestare la vittoria di Kenyatta e vuole che la commissione elettorale sia sciolta.

Il vice presidente del partito di Kenyatta, nel senato, Irungu Kangata, ha dichiarato invece che in parlamento il partito utilizzerà la sua forza numerica per bloccare qualsiasi tentativo di sciogliere la commissione.

L’avvocato costituzionalista Bob Mkangi ha dichiarato che la commissione elettorale probabilmente non sarà sciolta a meno che i commissari non si dimettano e i legislatori dei partiti di governo e opposizione non raggiungano un accordo.

Ma sempre in Kenya, c’è una storia che risale a 50 anni fa, pubblicata dal Guardian che riguarda “la strage del popolo Kikuyu, vittima delle atrocità colonialismo britannico”, su cui Caroline Helkins, studiosa di Harvard, ha fatto piena luce.

Quando nel 2008, uno studio legale la contattò per il risarcimento dei kenioti torturati nei campi durante la rivolta dei Mau Mau, non ci pensò un attimo e disse di “sì”: avrebbe tirato fuori dall’archivio i documenti e sanato le ferite del passato.

Nel 2005, la Elkins era già salita alla ribalta con un libro ” Britain’s Gulag”, che riportava a galla uno dei capitoli più malvagi della storia imperiale britannica: la repressione dei ribelli Mau Mau in Kenia. Gli inglesi avevano risposto alla rivolta rinchiudendo circa 1,5 milioni di kenioti in campi di detenzione e villaggi pattugliati. Un libro che parlava di violenze sistematiche e di coperture ad alto livello.

Il lavoro sul campo in Kenya, aveva acceso i riflettori su storie represse dalla politica del Kenia. Dopo l’indipendenza nel 1963, il primo ministro e presidente, Jomo Kenyatta un Kikuyu, padre di Uhururu, aveva ripetutamente dichiarato che i kenioty dovevano “perdonare e dimenticare il passato”. Ciò aveva contribuito a contenere l’odio tra gli Kikuyu che avevano aderito alla rivolta Mau Mau e chi, invece aveva che combattuto a fianco degli inglesi.

Nel 2011, il libro della Elkins arrivò alla Royal Court of Justice di Londra e i documenti iniziarono a uscire, dalle sue pagine parlavano le persone intervistate in Kenya, vittime di violenza sistematica e torture.

A Londra, gli avvocati del Foreign Office ammissero che i ricorrenti avevano subito delle torture ma era passato troppo tempo per poter istruire un processo equo, i testimoni sopravvissuti erano pochi. Nell’ottobre 2012, il giudice McCombe ha anche respinto le argomentazioni e permesso di procedere.

Il governo britannico, sconfitto ripetutamente in tribunale, si trasferì per risolvere il caso Mau Mau. Il 6 giugno 2013, fu annunciato un accordo senza precedenti: il governo britannico avrebbe risarcito con 3.800 sterline, 5.228 kenioti torturati e abusati durante la rivolta dei Mau Mau.

Era la prima volta che la Gran Bretagna ammetteva, inoltre, di aver torturato ovunque, e non soltanto in Kenya, nel suo ex impero.

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