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New York, Virginia, New Jersey: tre voti anti Trump. Usa stanchi di chiacchiere e distintivo?

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Donald Trump perde gli ultimi tre voti a New York,
in Virginia e in New Jersey (foto Ansa)

NEW YORK – Tre voti anti Trump in Virginia, New Jersey e nella sua New York. Tre vittorie democratiche, due attese, una eccezionale o quasi. Gli Usa sono già un po’ stanchi di Trump? Soprattutto di Trump tutto e solo chiacchiere e distintivo come dimostra il bilancio del suo primo anno di presidenza?

‘Tanto rumore per nulla’ o ‘solo chiacchiere e distintivo’. Ad un anno esatto dall’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, i primi dodici mesi di mandato presidenziale vengono letti ormai così dagli americani. O almeno questo è quello lasciano intendere gli ultimi test elettorali dove ‘the Donald’ ha fatto tre su tre. Ovviamente sconfitte: in New Jersey, Virginia e nella ‘sua’ New York che ha riconfermato Bill De Blasio sindaco, primo democratico ad ottenere un secondo mandato in oltre 30 anni.

Le tre sconfitte, diverse l’una dall’altra e almeno in 2 casi sostanzialmente attese, non sono direttamente imputabili all’inquilino della Casa Bianca che con il suo stile abituale ha subito preso le distanze dai candidati repubblicani perdenti, twittando che non erano ‘dei suoi’. Ma se come l’esperienza insegna due fatti sono una coincidenza e tre un’indizio, le sconfitte repubblicane degli ultimi giorni dovrebbero far suonare un campanello d’allarme a Washington.

E lo dovrebbero far suonare perché nonostante le distanze prese è assolutamente ovvio che l’operato presidenziale incida sulle elezioni, per quanto locali siano. E’ così ovvio che storicamente quelle di ‘mid-term’, cioè quelle che cadono più o meno a metà dei 4 anni di mandato presidenziale, vengono considerate un termometro per il Presidente stesso. Ed è così ovvio che per quelle appena celebrate è tornato in campo un certo Barack Obama.

Quello che secondo gli esperti americani gli elettori farebbero ‘pagare’ a Trump, e che è in realtà abbastanza sotto gli occhi di tutto il mondo, è la distanza tra le sue promesse e le sue azioni. Trump urla, promette, assicura che, e questa è stata la sua cifra nella campagna elettorale. E per quanto le sue promesse urlate potessero apparire discutibili, chi le ha seguite e votate voleva, comprensibilmente, vederle realizzate. Ad un anno di distanza Trump ha colpito la Corea del Nord a colpi di ferocissimi cinguettii, mentre Kim Jong-Un ha continuato i suoi test riuscendo quasi certamente a realizzare la famigerata bomba. In casa invece al posto del muro col Messico ha trovato un muro a sbarrare la voglia di abbattere l’Obamacare, la riforma sanitaria simbolo dell’era Obama, che ad un anno di distanza sopravvive nonostante i ripetuti attacchi. E poi il clima: ‘il cambiamento climatico non esiste e lasciamo gli accordi di Parigi’, dopo un anno negli accordi gli USA sarebbero pronti a rientrare e la Casa Bianca ha appena approvato un documento che spiega come il cambiamento climatico sia colpa dell’uomo.

Gli americani possono essere considerati ingenui dalla vecchia e un po’ snob Europa, ma nella loro ingenuità detestano chi non mantiene le promesse e peggio chi fa il duro sgonfiandosi alla prova dei fatti. Per questo l’elezione di Phil Murphy a governatore del New Jersey – contro il repubblicano Kim Guadagno, vice del governatore Chris Christie che ha concluso il suo mandato travolto da scandali e critiche – e di Ralph Northam a nuovo governatore della Virginia – contro il repubblicano Ed Gillespie in una contesa che dal 2009 è appannaggio dei democratici e lo è stata anche alle presidenziali del 2016 -, unite alla riconferma di De Blasio a New York, hanno il sapore se non di una bocciatura almeno di un umore decisamente deluso da parte degli americani nei confronti di questo primo anno di Tre Donald.

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