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Obama a Hiroshima, primo presidente Usa: pace, non scuse

ROMA – Obama a Hiroshima, primo presidente Usa: pace, non scuse. “Settantuno anno fa la morte è arrivata dal cielo e il mondo è cambiato.La guerra nucleare ha raggiunto qui il suo picco peggiore”. Sono le parole pronunciate da Barack Obama al Memoriale della Pace a Hiroshima, nel giorno della prima visita di un presidente americano nella città dove una bomba atomica mise fine alla seconda guerra mondiale.

Il presidente è accompagnato tra gli altri dall’ambasciatore Usa a Tokyo, Caroline Kennedy, figlia dell’ex presidente Jfk. Obama ha deposto una corona di fiori, a suo nome. Il premier giapponese Shinzo Abe accompagnerà il presidente statunitense nel corso della sua visita nella città devastata dalla bomba atomica il 6 agosto del 1945.

Attorno al parco, nella giornata di giovedì, si erano registrate manifestazioni limitate di protesta per la visita americana, con cartelli contro l’interventismo militare e la base statunitense di Okinawa.

“La mia visita a Hiroshima è la prova che anche le fratture più dolorose possono essere ricomposte”, aveva dichiarato Obama parlando alle truppe americane e giapponesi alla base di Iwakuni prima di spostarsi a Hiroshima.

“Pace, non scuse”. “Non vogliamo che Obama porti le sue scuse, ma un mondo senza nucleare”: Yasuo Harada, 85 anni, medico otorino in pensione, è felice per l’arrivo del presidente americano a Hiroshima, ma, prendendo le distanze da coloro che vorrebbero delle scuse ufficiali da parte di Obama, vuole piuttosto che si guardi al futuro e che la città rasa al suolo dalla prima delle due bombe atomiche sganciate dagli americani, il 6 agosto 1945, diventi simbolo di un mondo senza nucleare.

Barack Obama, il primo presidente americano in carica a recarsi a Hiroshima, farà una dichiarazione e poi deporrà una corona nel tardo pomeriggio di oggi (27 maggio) al memoriale della pace, dove si trova la cupola che ricorda l’esplosione atomica. Ma, come ha sottolineato la Casa Bianca, non ci saranno scuse ufficiali. “Vogliamo la pace nel mondo”, ha detto all’ANSA Harada. “Vogliamo che il nucleare scompaia e Obama mi piace, perché sta lavorando affinché non ci sia più una simile minaccia”.

Il sopravvissuto. Harada, che tra l’altro è stato studente all’università di Pavia tra il 1965 e 1966, è riuscito a scampare alla morte quel tragico 6 agosto grazie a un ordine disobbedito. La scuola dove studiava a Hiroshima fu infatti completamente rasa al suolo e solo 19 studenti riuscirono a salvarsi. “Avevo 14 anni – ha raccontato – e, nonostante fosse estate, si andava a scuola lo stesso per lavorare, perché a causa della situazione critica in cui si trovava il Paese a tutta la popolazione venne ordinato di lavorare incessantemente. Noi studenti venivamo impiegati nelle fabbriche di costruzioni di armi o di aerei oppure nella demolizione delle case. Il giorno dello scoppio della bomba io e altri studenti non andammo a scuola solo perché un nostro professore decise di trasferirci altrove, disobbedendo a un ordine impartito del direttore di una fabbrica di demolizione di farci restare a Hiroshima. Il 6 agosto la mia scuola fu rasa al suolo e morirono quasi 300 ragazzi”.

In giapponese i sopravvissuti alla bomba atomica vengono chiamati hibakusha. E anche se Harada non è stato direttamente coinvolto dallo scoppio della bomba, il ricordo del famoso fungo che si è elevato in cielo è ancora vivo nella sua mente. “Anche se non ero in città – dice – ho visto tutto dalla mia casa a Kure, città marittima nella prefettura di Hiroshima. Ho visto come un fulmine, poi degli scoppi e tre nuvole che si sono alzate in cielo. All’inizio ho anche provato meraviglia. Subito dopo lo scoppio nessuno era consapevole che si trattasse di una bomba atomica. Lo abbiamo capito quando abbiamo visto morire la gente nei mesi successivi. Io stesso ho perso uno zio e anche se avevo solo 14 anni aiutavo a curare i feriti e vedevo che la loro pelle si staccava per le ustioni. Dopo 61 anni non dimentico, ma preferisco guardare avanti. E non è necessario che Obama chieda il nostro perdono: è più importante che sia un messaggero di pace”