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Airbnb, caccia a furbetti: solo 1 su 4 denuncia di affittare

ROMA – Affittare una stanza e non pagare le tasse. Sempre più persone usano la piattaforma Airbnb in Italia, ma nel vuoto normativo crescono coloro che evadono il fisco e per la Guardia di Finanza è impossibile ottenere i dati dei locatori. A Roma sono 20mila gli annunci pubblicati su Airbnb, ma al Comune risultano solo 8600 attività ricettive non catalogate come alberghi. Una situazione analoga anche negli altri Comuni italiani di Firenze, Torino, Napoli e Milano, che ha la “maglia nera” con oltre 12mila inserzioni sul sito e solo 515 registrate negli elenchi comunali e che ha fatto scattare una vera e propria caccia ai “furbetti”.

Gabriele Martini per La Stampa scrive che sempre più persone affittano una stanza o un appartamento su Airbnb, ma l’assenza di una normativa apposita fa si che non tutti dichiarino al fisco la propria attività:

“CHI (NON) PAGA LE TASSE

Che cosa significano questi numeri? Che sempre più persone (190 mila nel 2015) offrono una camera o una casa in affitto tramite Airbnb, ma quelli alla luce del sole sono molti meno. A fine 2014 l’Istat censiva 117mila strutture tra B&B, affittacamere e agriturismi. Ma le offerte sul sito erano 170 mila. Resta da capire se le decine di migliaia di affittacamere fantasma, oltre a sfuggire al censimento, paghino o meno le tasse. Il sospetto è per lo meno legittimo. «È una certezza», tuona Alessandro Nucara, direttore generale di Federalberghi. Secondo una stima dell’associazione le presenze riferite all’anno 2014 in alloggi privati non registrati in Italia sono state 73,8 milioni. «Parliamo di introiti per 2,4 miliardi di euro e di un’evasione fiscale superiore ai 110 milioni. A cui vanno aggiunti 57 milioni di tasse di soggiorno non versate». Gli albergatori lamentano concorrenza sleale: «Siamo di fronte a una diffusa alterazione delle regole che danneggia tanto le imprese turistiche tradizionali quanto coloro che gestiscono in modo corretto le nuove forme di accoglienza».

LA CACCIA AI «FURBETTI»

Airbnb traccia ogni pagamento rilasciando ricevuta regolare che ogni utente host deve poi riportare nella propria dichiarazione dei redditi. «Ma smascherare gli evasori è molto difficile», ammette Alberto Reda, generale della Guardia di Finanza a Venezia. Che rivela una vicenda inedita: «Nell’inverno 2015 siamo stati nella sede italiana di Airbnb. È stata una visita conoscitiva. Abbiamo chiesto gli elenchi dei locatori, ma non ce li hanno forniti spiegando che i dati erano custoditi sui server all’estero». La tracciabilità dei pagamenti elettronici non è quindi di grande aiuto nella caccia agli evasori. Il portale se la cava con un’avvertenza all’host: «Sei responsabile della gestione delle tue tasse e degli eventuali obblighi fiscali». La novità è che anche i proprietari di case ora chiedono di fare chiarezza. Spiega Nicola Pardini, tra i fondatori dell’associazione degli affittuari fiorentini: «I locatari non riescono a districarsi nel caos delle leggi. C’è un vuoto normativo che non aiuta nessuno». Ma, avverte Pardini, «introdurre nuove tasse e balzelli vari avrebbe l’effetto di spingere i proprietari-locatori a restare nell’illegalità».

ADDIO FAI DA TE?

Gli «host» italiani di Airbnb hanno in media 42 anni. Quasi sei su dieci sono donne. Ma le forme di locazione stanno cambiando. Secondo il monitoraggio della società Incipit Consulting, su dieci annunci oltre sette offrono l’affitto dell’intera proprietà e non di una sola stanza. Mentre quasi sei inserzionisti su dieci gestiscono più alloggi. Come Daniel, che amministra ben 528 soluzioni sparse per tra i laghi di Como, Garda e Lugano. O Bettina, che ha pubblicato 455 annunci di cui 140 solo a Milano. Sono loro i nuovi professionisti della locazione 2.0”.


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