Blitz quotidiano
powered by aruba

Benito Mussolini, il tesoro nascosto nel caveau Bankitalia

ROMA – Il tesoro dimenticato di Benito Mussolini, nascosto e poi abbandonato in un caveau di Bankitalia. Reperti come il collare d’argento del Duce, la tuta da meccanico indossata dalla Petacci durante la fuga, il vasellame lasciato dai Savoia al Quirinale. Oltre a lingotti d’oro, monili e preziosi frutto di sequestri e confische. Un patrimonio sterminato e catalogato solo in parte. Di cui lo Stato non conosce nemmeno il valore. Tutti beni sequestrati negli ultimi convulsi giorni della guerra e poi divenuti proprietà della Repubblica. Ma di fatto dimenticati e negletti, visto che dopo 70 anni sono ancora inaccessibili.

Paolo Fantauzzi per L’Espresso racconta:

Questa fortuna, compresa la tuta indossata dalla Petacci, giace infatti da quasi due decenni nel caveau della filiale Bankitalia di via dei Mille a Roma all’interno di sacchi sigillati, come fosse paccottiglia qualunque. Conservata in ambienti inadatti insieme a migliaia di altri gioielli, monete d’oro, placche di platino e perfino un paio di lingotti d’oro, per lo più confiscati fra il ’43 e il ’45. Un patrimonio sterminato ma ignoto: nessuno sa con esattezza cosa contengano tutti i 419 plichi e le oltre duemila bisacce da cui è composto, perché un inventario completo non è mai stato fatto.

C’è quasi mezzo secolo di storia italiana nei locali di sicurezza della Banca d’Italia a due passi dalla stazione Termini: i beni appartenuti alle vittime del terremoto di Messina del 1908; parte dell’oro donato “spontaneamente” alla Patria per finanziare la campagna d’Etiopia, quelli che gli ebrei italiani di Salonicco cercarono di salvare dopo l’invasione nazista della Grecia e quelli appartenuti ai prigionieri di guerra; chili e chili di monili e argenteria lasciata dai Savoia al Quirinale nella frettolosa fuga da Roma dopo l’8 settembre e le ricchezze che i capi del fascismo speravano di portare in Svizzera, fra ciondoli d’oro, banconote di varia nazionalità, collane con cristalli, orecchini, bracciali, gemme, rubini e collier.

E tutta italiana è anche la vicenda che circonda questo patrimonio. Nel 1953 i beni, custoditi fino allora presso le prefetture e le filiali di Bankitalia, furono trasferiti a Roma alla Tesoreria centrale del ministero. Dove sono rimasti fino al 1999, quando il servizio è divenuto competenza di via Nazionale, che da allora conserva tutto questo ben di Dio. Di cui però si sa poco o nulla, neppure quanto valga: né una catalogazione integrale né perizia sul valore sono mai state effettuate.

Una decina d’anni fa il ministero dell’Economia istituì perfino un gruppo di lavoro con Bankitalia e i Beni culturali per realizzare una ricognizione, esporre quel che lo meritava e vendere tramite il Demanio tutto il resto, come le monete rare. In un anno furono catalogati i 59 plichi di maggior rilevanza in base alle informazioni approssimative riportate su ognuno: meno del 15 per cento. Poi però, come spesso accade a tutte le iniziative frutto soprattutto della buona volontà, la funzionaria che tanto si era spesa per il progetto andò in pensione e il programma naufragò.