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Cheik Diaw, buttadentro dei night “arrogante e cattivo”

Aveva la fama di una persona arrogante e facile a scatti d'ira. Questo il ritratto di Cheik Diaw, il senegalese che ha confessato l'omicidio di Ashley Olsen

FIRENZE – Un pallone gonfiato, arrogante e dalla fama di brutta persona. Così l’amica di Ashley Olsen quella sera in discoteca avvertì la donna americana che Cheik Diaw, il buttadentro con cui Ashley voleva allontanarsi, non era una buona compagnia. Un consiglio che Ashley non seguì, tornando a casa con Diaw nel suo monolocale di via Santa Monica a Firenze, dove è stata uccisa dopo una lite.

Diaw ha 27 anni ed è arrivato dal Senegal 4 mesi fa. Come il fratello Abraham, anche lui trova lavoro come buttadentro tra i night dell’Oltrarno ed è proprio in quella vita notturna che conosce la Olsen. Marco Imarisio sul Corriere della Sera scrive di lui:

“Lui ha 27 anni, è un bel ragazzo, alto, grosso e ben curato. È arrivato dal Senegal appena quattro mesi fa ma si comporta come se fosse qui da sempre. Suo fratello maggiore Abraham gli ha fatto da nave scuola: ha il permesso di soggiorno da quattro anni, è ben inserito nel mondo notturno. Si definisce manager delle pubbliche relazioni, ma il suo lavoro si traduce nel fare il buttadentro per alcune discoteche d’Oltrarno. Inizia con la distribuzione dei volantini davanti alle università e nei locali frequentati dai ragazzi americani, considerati i clienti più ambiti per via della loro propensione alle sbornie omeriche con relative consumazioni e prosegue con la funzione di Cicerone attraverso la vita notturna di Firenze.

Abraham ha già fatto la gavetta in questo settore spesso gestito o affidato a suoi connazionali. Segue i locali più importanti, ha il suo giro. Cheik Diaw invece comincia dai bassifondi, da quei locali che neppure fanno finta di coltivare l’illusione dell’Oltrarno come una specie di rive gauche fiorentina, sono soltanto posti dove italiani e stranieri vanno «perché ci si sfonda a piacimento di tutto», come ha dichiarato un amico di Ashley che almeno ha avuto il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.

In soli quattro mesi il ragazzo che su Facebook posta sue fotografie eleganti e pensieri gentili, pray for Paris e We shall overcome, si costruisce una brutta fama. Gli viene rimproverato l’atteggiamento da guascone, una certa aggressività nel reclutamento notturno, scatti di ira nei confronti della nutrita concorrenza e talvolta non solo della concorrenza, una tendenza all’eccesso su basi quotidiane. «Pallone gonfiato», «arrogante». Una delle amiche che accompagna Ashley al Montecarla la avvisa, dicendole che si tratta di «una brutta persona», che è un po’ il riassunto dei giudizi raccolti intorno a piazza Santo Spirito sul conto di Cheik Diaw”.

I due, dice Cheik, non si conoscevano ma diversi testimoni lo smentiscono, spiegando che non era la prima volta che si frequentavano. Tutto inizia nella discoteca dove si incontrano, lei lo invita a casa e lui la segue. Poi insieme consumano altra cocaina e alla fina hanno un rapporto . Lo scatto d’ira di Cheik scatta quando lei lo spinge per cacciarlo via, perché il fidanzato sta per tornare:

“«Allora anche io l’ho spinta e l’ho colpita con un pugno al lato sinistro della nuca; lei è caduta a terra e quindi si è rialzata e ha cominciato a spintonarmi; io ho reagito di nuovo, le ho dato una spinta, lei è caduta all’indietro sbattendo la testa sul pavimento. Poiché non si rialzava l’ho presa per il collo e l’ho tirata su. Nego di averla stretta al collo per strangolarla e di aver utilizzato qualsiasi oggetto atto allo scopo. Ribadisco che ero ubriaco e che avevo fatto uso di cocaina per cui non ho ricordi molto precisi…».

Il dubbio degli investigatori però è che Ashley fosse ancora viva quando Cheik l’ha lasciata in casa. Sul cellullare della donna, scrive Franca Selvatici su Repubblica, alle 9,30 del mattino è stato composto un numero:

“Lo proverebbe l’ultima chiamata partita dal suo cellulare. Erano le 9,20 del mattino di venerdì 8 gennaio. La chiamata era diretta al numero 11. Per i pm Luca Turco e Giovanni Solinas è stato «evidentemente un ultimo e disperato tentativo di contattare il 112, il 113 o il 118». Ipotesi confermata dalla testimonianza di una vicina di casa, che ha udito grida soffocate fra le 9 e le 11 di venerdì. Quell’ultima chiamata si può interpretare in vari modi. Ashley, che il suo assassino dichiara di aver sollevato da terra e portato nel letto nel soppalco, lasciandola dolorante ma viva, potrebbe aver tentato con le ultime forze che le restavano di chiamare i soccorsi.

Se invece Cheik Diaw, che ha portato con sé il cellulare della sua vittima, ha detto il vero quando ha dichiarato di essersi allontanato dal piccolo appartamento in via Santa Monaca verso le 8,30 del mattino, potrebbe essere stato lui a fare il numero dei soccorsi, rinunciando subito per paura di essere localizzato. Oppure, non conoscendo la password della ragazza, potrebbe aver fatto scattare per sbaglio un numero di emergenza. Peraltro, per fortuna delle indagini, ha commesso un errore fatale inserendo la sua scheda sim nel cellulare di Ashley e utilizzandolo fra le 14,31 e le 23,31 di venerdì 8 per chiamare la fidanzata italiana. Poi ha rimesso la scheda sim nel suo cellulare e sostiene di aver gettato via il telefono dell’americana, che finora non è stato ritrovato”.

 

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  • Cheik Diaw, chi è killer di Ashley Olsen 02
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