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Eutanasia, Susanna: “La mia dolce morte con 13mila euro”

LUGANO – Susanna Zambruno Martignetti, ex assicuratrice torinese, ha 56 anni e da 25 combatte contro la sclerosi multipla. Lunedì 7 marzo è stato il suo ultimo giorno di vita. Ha scelto lei di infilare tutte le sue sofferenze in una flebo che l’ha dolcemente accompagnata verso la fine. Tutto è accaduto a Lugano, in una clinica ad appena 10 km dal confine italiano. Prima di andarsene però ha voluto raccontare i suoi ultimi istanti ad Andrea Malaguti, del quotidiano La Stampa, “per offrire la mia testimonianza estrema, anche se la politica capirà solo tra 20 anni”.

Dove trova la forza per andarsene in un giorno spettacolare come questo?, le avevamo chiesto poche ore prima, nella sua casa di Torino. E Susanna, 56 anni, un’età nella quale si avrebbe ancora diritto di attendere la morte con stupore, aveva risposto pescando le parole in fondo alla pancia. «La trovo perché ho deciso». Poi, dopo una lunga pausa aveva aggiunto. «L’Italia costringe chi è schiavo della malattia a scappare come un ladro se vuole farla finita. Lo costringe a spendere un mucchio di soldi – a me sono serviti 13.000 euro – perché le tasse che paghiamo qui non sono sufficienti a garantirci un’uscita di scena dignitosa».

LA DOLCE MORTE  Corso Fiume, a pochi passi dal Po e dalla Gran Madre, appartamento elegante e silenzioso. Susanna Zambruno Martignetti, ex assicuratrice di famiglia ebraica, ha passato la sua ultima notte dormendo male. Si è svegliata prima dell’alba di questo lunedì 7 marzo e non è più riuscita a chiudere occhio. «Eppure, apparentemente, non mi sento agitata». Sono sempre stati gli altri ad andare da lei piangendo. «Io resisto. E in genere li consolo. Da più di un anno la vita mi fa orrore. Ma sto facendo la cosa giusta ed è per questo che l’ho fatta chiamare. Per offrire la mia testimonianza estrema, anche se la politica capirà quello che dico solo tra 20 anni». Non è né arrabbiata né delusa. Solo stanca. E ha un progetto da portare a termine. Il suo.

Chiama Maria, la donna che da troppo tempo le fa da braccia e da gambe, e le chiede di infilarle i vestiti. «Da sola non posso fare più nulla». Sceglie un maglione rosso e nero per congedarsi. E dei pantaloni marroni di velluto. Ha un corpo sottile, che non le dà più retta, i capelli neri e il viso scavato, sofferente, eppure ancora bello, disegnato bene, capace di sorridere con larghezza. «Un anno fa ho cercato di suicidarmi con i farmaci. Mi hanno portato alle Molinette e lì mi hanno salvato. Un’infermiera mi ha detto: lo sa che siamo bravi. Ho capito che aveva ragione». Così ha organizzato il piano B. Internet, la Svizzera, la buona morte. Tutto per conto suo. Suo marito Damiano, che sta con lei da trentasei anni, le ha detto: non lo fare. Suo figlio Davide, che ha 25 anni e studia da grafico, le ha detto: mamma ti prego, no. Lei li ha guardati con tenerezza e ha risposto a entrambi: «Certo che lo faccio. Senza attendere che la malattia lo faccia per me, ma solo dopo avermi schiacciato dentro questo corpo che mi fa male». La sclerosi l’ha attaccata poco prima che nascesse Davide, quando ancora sciava, giocava tennis, andava in barca, guidava la moto e con Damiano ascoltava Bowie e «I Will Survive» di Gloria Gaynor. È andata diversamente.

La gravidanza ha fatto esplodere il male, come se la vita con una mano le consegnasse il senso più profondo di sé e con l’altra cominciasse a toglierglielo. «Sono stati 25 anni difficili. Ho guardato la mia esistenza senza poter partecipare. Come un’anziana. Mi sono indurita. E ora l’unica cosa che mi dispiace è lasciare del dolore. So che Damiano e Davide soffriranno. Ma questa è una cosa che faccio per me, non per loro». A tredici anni aveva festeggiato il bat mitzvah, la festa con cui le donne ebree entrano nella maturità, decidendo di consegnare a Dio il proprio percorso terreno. È cambiata piano piano. «Credo che non ci sia nulla oltre la vita. E questo nulla un po’ mi dà fastidio. Ma non mi spaventa. Nessuna religione, d’altra parte, consente il suicidio, no?». Nella sua testa ha sistemato ogni cosa. Davide, che è un ragazzone buono e di talento, le dice: mamma è l’ora, è arrivato l’autista. E sembra un cucciolo di cerbiatto che ha messo una zampa in fallo. Si controlla sapendo bene che le sue lacrime arriveranno lentamente. Sono le dieci del mattino.

L’ULTIMA FLEBOSusanna vorrebbe andare da sola. Ma Damiano e Davide non ce la fanno a lasciarla così. La seguono. E con loro Silvana,la sorella di Susanna, Sara, la fidanzata di Davide, quattro amici fedeli, la sorella di Damiano. Un cordone impotente d’affetti. L’autista sa che la meta è vicina a Lugano, ma non conosce i motivi del viaggio. Lo fanno fermare lungo uno stradone davanti a una casa su tre piani che guarda il lago. Un cubo di cemento grigio arredato in modo accogliente. Il salotto. La macchina per il caffè. Un letto spazioso. Susanna si apparta con un medico venti minuti. È sicura, signora? Mai stata più sicura di niente. Ultimo atto. Alle 15,30 l’infermiera torna con il farmaco, lo inietta nella flebo. Gli occhi di Davide si sgretolano, quelli di Susanna si chiudono. È stato bello conoscervi.

Silvana attraversa la strada ancora piena di neve. Entra in un bar e si offre un bicchiere di rosso alla salute della sorella. «Lo so che ora stai meglio». E si volta a guardare la casa davanti al lago come se stesse osservando un paesaggio lontano.