Rassegna Stampa

Flat tax, il dibattito continua. Raffaello Lupi: “Non basta ma aiuta”

Flat tax, il dibattito continua. Raffaello Lupi: "Non basta ma aiuta"

Flat tax, il dibattito continua. Raffaello Lupi: “Non basta ma aiuta”

ROMA – La proposta di flat tax è al vaglio della politica, ma la misura per Raffaello Lupi non basta ma può rappresentare un valido aiuto. Ne parla su Il Sole 24 Ore nell’articolo “Compliance, l’aliquota unica non basta ma aiuta”:

“La proposta di flat tax, oggetto di recenti analisi e proposte di studiosi (Stevanato) e centri di ricerca (Istituto Bruno Leoni) merita attenta considerazione, come provvedimento di politica economica e come strumento di assistenza, come gestione dei sussidi. La flat tax è neutra sotto il profilo dell’insoddisfazione derivante dalla qualità-quantità dei servizi pubblici erogati, e dalla burocratizzazione dei pubblici uffici. Non le si possono neppure chiedere effetti diretti sul problema tributario forse più sentito in Italia, relativo alla distribuzione del prelievo tra diverse tipologie di basi imponibili.

La flat tax si pone infatti dal punto di vista delle aliquote, collocato a un livello successivo a quello della determinazione degli imponibili, che maggiormente turba il dibattito pubblico italiano in materia tributaria, creando lacerazioni e schizofrenie. Si è infatti creata una sperequazione tra imponibili determinati attraverso la contabilità di organizzazioni amministrative, su cui è oggettivamente esternalizzata la tassazione, e imponibili realizzati da piccole attività al consumo finale; queste ultime, come tutta l’evasione da occultamento di ricchezza, richiederebbero invece un intervento valutativo, adeguatamente sistematico, da parte degli uffici tributari, oggi del tutto inadeguato.

Giustamente, il rapporto dell’Istituto Bruno Leoni non cavalca la diffusa idea, a mio avviso semplicistica, che l’evasione dipenda da aliquote troppo elevate; la flat tax non viene quindi sostenuta attraverso fantomatici recuperi di evasione, secondo l’idea, un po’ demagogica, di “aumentare il gettito diminuendo le aliquote”, come le diete che promettono di dimagrire mangiando ancora di più. La tax compliance dipende infatti da altri parametri; mi riferisco prima di tutto alla percezione di visibilità degli imponibili da parte dei contribuenti, alla loro sensazione di quanto gli uffici tributari sono presenti sul territorio, e all’utilità marginale del denaro; quando il reddito lordo (prima delle imposte) è medio basso, il lavoratore indipendente è sempre riluttante a privarsi delle relative risorse, che incidono comunque sul suo tenore di vita, qualunque sia l’aliquota.

Inoltre, l’emersione degli imponibili, cioè l’alternativa tra adempiere ed evadere, ha effetti anche in termini di Iva e contributi previdenziali, mentre la flat tax riguarda solo le imposte sui redditi.

Tuttavia la flat tax potrebbe avere qualche effetto positivo, in termini di emersione di basi imponibili oggi occultate, per attività di piccolo commercio e servizi in sede fissa al consumo finale, visibili al fisco e valutabili secondo stime, in base alle relative caratteristiche fisico-economiche. La tendenza dei relativi titolari a dichiarare ricavi coerenti con le caratteristiche esteriori dell’attività è ostacolata dalla attuale struttura delle aliquote, che sale rapidamente, arrivando al 38% oltre 28mila euro, per poi fermarsi al 43% fino all’infinito. Oltre il livello di sopravvivenza di poco più di 2mila euro lordi al mese scatta cioè già oggi una sorta di pasticciata flat tax al rialzo, attorno al 40% (dal 38 al 43). È verosimile che questa rapida salita della curva delle aliquote sia anche condizionata dal retropensiero di concedere aliquote basse ai suddetti contribuenti con reddito maggiore, ma in parte evaso.

Oggi quindi oltre i suddetti livelli di reddito ogni euro di credibilità in più, dichiarando redditi aggiuntivi, per gli imponibili stimabili con criteri valutativi, costa 38 centesimi in più di sola Irpef, oltre a Iva e contributi sociali. La flat tax, con la sua riduzione di aliquota, potrebbe quindi contribuire a superare l’appiattimento di molte dichiarazioni di lavoratori indipendenti al consumo finale, che si trovano in situazioni simili; la flat tax avrebbe cioè l’effetto indiretto di alcune proposte, avanzate da associazioni di categoria, di premiare le somme dichiarate “in aggiunta” al minimo sindacale rappresentato dagli studi di settore.

Insomma, anche se la determinazione dell’imponibile è distinta, e per molti aspetti indipendente, rispetto all’aliquota applicabile, esistono punti di contatto, dove la flat tax avrebbe effetti di razionalizzazione, basti pensare al coordinamento tra tassazione delle società e dei soci. Come si vede, la progressività costruita sulle aliquote, anziché sulle detrazioni, ha un costo in termini di complicazioni, che la flat tax, pur ispirata da più ampi obiettivi economici, potrebbe superare”.

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