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Francesco Ferlaino, centenario del giudice ucciso dalla ‘ndrangheta

LAMEZIA TERME – Cent’anni fa nasceva a Conflenti (Catanzaro) Francesco Ferlaino, giudice calabrese ucciso dalla ‘ndrangheta e zio paterno di Corrado Ferlaino, presidente del Napoli. Fu avvocato generale della Corte d’appello di Catanzaro, giudice eletto in quota Magistratura Indipendente nel Comitato Direttivo Centrale dell’Associazione Nazionale Magistrati. È stato Presidente della Corte d’assise d’appello di Catanzaro e come tale ha presieduto il processo alla mafia siciliana, trasferito a Catanzaro per legittimo sospetto

Ferlaino fu ucciso a colpi di fucile, in prossimità della sua casa a Nicastro, da sicari rimasti sconosciuti appartenenti alla malavita organizzata.

Lamezia Live ne ricorda l’onorata carriera:

Nasce a Conflenti il 23 Luglio 1914 da una famiglia borghese e di Imprenditori, dopo gli studi liceali al Galluppi di Catanzaro, frequentò a Napoli la facoltà di Giurisprudenza distinguendosi per un fine conoscitore della lingua latina, un tempo fondamentale per affermarsi nella professione di Avvocato , si  laureò  con il massimo dei voti e la lode.

Entra in magistratura a 29 anni  e avvia una brillantissima carriera peregrinando nei diversi tribunali della Calabria. In Magistratura mantenne una certa autonomia, non schierandosi nella divisone politica della stessa, scegliendo una corrente tradizionale “Magistratura Indipendente “ che da sempre costituisce la corrente “moderata”.

Pretore e Giudice Istruttore a Nicastro, sarà anche Presidente della Corte di Assise a Cosenza, poi di quella di Assise d’Appello di Catanzaro. A Catanzaro dirige importanti processi alla potente mafia siciliana, ebbe di fronte a se criminali di primo piano: Pietro Torretta, Michele Cavataio, Tommaso Buscetta e Gerlando Alberti, Salvatore Greco e Giovanni Di Peri, protagonisti della di Ciaculli che fu un attentatomafioso, in cui persero la vita sette uomini delle forze dell’ordine. La strage di Ciaculli fu una delle più sanguinose stragi ad opera di Cosa Nostra durante gli anni Sessanta che concluse la prima guerra di mafia della Sicilia del dopoguerra.

Si occupa  anche nella lotta alla piaga dei sequestri che spregiò la Calabria dagli anni Settanta a fine anni Ottanta, in particolare del possidente Giuseppe Cali avvenuto a Villa San Giovanni. Questo metodo criminale fu praticato  nella nella nostra Città con i sequestri : Bilotti, Bertucci, Tripodi, Grandinetti, Bertolami, Gabriele D’Ippolito e Filomena Ciliberto, Eugenio Gigliotti, Filippo Caputi, Furci.

Il magistrato Ferlaino non fu tenero verso l’anonima sequestri, era un attento conoscitore della dinamiche ndranghetistiche, non facile a quel tempo capirne la sua strutturazione, per via dell’ermetismo che la stessa organizzazione criminale aveva, fatta da un linguaggio “baccaglio” molto cifrato e lontano da occhi ed orecchi di minorenni o giovani spavaldi, fra gli uomini di ndrangheta si viveva in un certo misticismo che ne determinava una sorta di paura per la comunità civile. La sua azione seria, precisa, puntuale e di studio disturbava molto la ndraghetà calabrese che vedeva in Ferlaino un potentissimo nemico, anche per il fatto che lo stesso Magistrato piaceva lavorare in gruppo con altri colleghi, al fine di capirne meglio le dinamiche ndranghetistiche o malavitose , per certi versi un persecutore dei pool antimafia odierni.

Dalla traversa opposta sbuca un’ Alfa Romeo 2000 di colore amaranto e, dal finestrino posteriore,il killer esplode due scariche di lupara alla schiena di Ferlaino. Il magistrato muore all’istante cadendo riverso sul marciapiede adiacente mentre l’auto sparisce nel nulla e senza che la sua scorta riesca a difendere questo mite servitore della Comunità schierato contro il male che la colpisce. L’Alfa sarà ritrovata il giorno dopo dalla parte opposta della Calabria, a Copanello, nota località turistica. È una vettura rubata ad un avvocato di Catanzaro.

Dopo la sua morte, gli investigatori si sono concentrati su Pino Scriva e Antonino Giacobbe, ma l’accusa non ha retto nei vari processi ed entrambi sono stati scagionati da questo eccellente delitto, ed ancora oggi nessuna  verità è stata scritta, nessun colpevole è stato individuato.

Pino Scriva da Rosarno fu uno dei primi pentiti di ndranghetà, criminale efferato e re delle evasione, per via delle sue molteplice fughe dalle carceri dove veniva detenuto.