Blitz quotidiano
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Giulio Regeni, sindacati e mistero dei venditori ambulanti

IL CAIRO – I sindacati indipendenti, oggetto del suo ultimo articolo pubblicato postumo sul Manifesto, potrebbero essere all’origine della morte di Giulio Regeni. Interessandosi alla loro rinnovata spinta dopo il colpo di stato militare del 3 luglio 2013, Regeni aveva toccato un nervo scopertissimo del regime di al Sisi. Ecco perché, secondo quanto scrive Francesco Grignetti sul Secolo XIX, Giulio era stato attenzionato dalla polizia segreta.

In particolare Giulio aveva instaurato contatti col mondo dei tassisti e dei venditori ambulanti. E proprio questi ultimi potrebbero essere stati gli occhi e le orecchie di un regime autoritario e repressivo. Gli ambulanti al Cairo sono stati scacciati dalla città vecchia e il governo li tiene sotto costante controllo per evitare nuovi disordini. Spesso sono cooptati come informatori della polizia. E’ dunque in questo modo che le domande e l’interesse di un giovane ricercatore straniero, proveniente da una prestigiosa università americana, potrebbero essere finite alle orecchie sospettose della polizia segreta.

Scrive Grignetti sul Secolo XIX

È più di un sospetto. È una certezza che Regeni fosse «attenzionato» dalla polizia segreta. Ed egli stesso era consapevole di muoversi in un terreno minato, al punto da usare uno pseudonimo per i suoi articoli sul Manifesto o sul sito Nena-news. Precauzione che non è bastata.

Il fatto, poi, che fosse in Egitto a cura di un’università americana, agli occhi di certa dietrologia egiziana è un’aggravante. Solo tre anni fa, per dire, l’Egitto di al-Sisi ha arrestato diciotto ricercatori americani, «colpevoli» di effettuare un monitoraggio indipendente delle elezioni presidenziali. Nella dilagante paranoia che affligge il Paese, infatti, gli stranieri che non siano semplici turisti sono considerati tutti spie o sobillatori.

Le frequentazioni di Regeni, insomma, «sospette» agli occhi di chi vede complotti dappertutto, probabilmente hanno determinato il suo arresto e la morte.

Così come sospetto e niente affatto casuale sembra essere il ritrovamento del corpo:

Sarebbe potuto scomparire nel nulla. Se così non è stato, è merito delle pressioni italiane. Innanzitutto dell’ambasciatore Maurizio Massari, che non si è accontentato delle rassicurazioni di routine. L’ha raccontato ieri a Lucia Annunziata: «Credo che anche l’intervento del presidente al-Sisi sia riuscito a smuovere la macchina governativa egiziana». Il 2 febbraio, infatti, con il giovane scomparso da 9 giorni, Massari aveva incontrato il ministro dell’Interno. Inutilmente. «Il 3 febbraio ho approfittato della venuta del ministro Guidi e ho chiesto all’ufficio di presidenza egiziana che avesse un incontro preliminare con al-Sisi».

Il presidente si è impegnato personalmente con la ministra per il caso Regeni. E poche ore dopo la polizia «ritrovava» casualmente il cadavere, con segni di putrefazione avanzata, in un fosso a venti chilometri dalla città. Se però le autorità egiziane avevano pensato di chiuderla lì, si sbagliavano. È stata sospesa la missione economica su cui gli egiziani contavano molto. Da Roma è giunta l’indicazione di tenere duro sulla ricerca della verità.

E dunque si ritorna sempre lì, alle due ipotesi che l’Italia continua a sostenere fin dall’inizio: o il ragazzo era controllato ed è stato ucciso per il suo lavoro e i suoi contatti – tra questi secondo La Stampa anche Kamal Abbas, leader della Federazione dei sindacati indipendenti e considerato un’icona al Cairo – oppure è finito in una retata di attivisti la sera del 25 gennaio, portato in qualche ufficio e picchiato fino alla morte.