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Giulio Regeni ucciso perché “temevano volesse fare rivolta”

IL CAIRO – Le forze di sicurezza egiziane temevano che Giulio Regeni stesse tramando per organizzare una rivolta. Ne è convinto Jean Lachapelle, esperto di Scienze Politiche e dottorando alla University of Toronto che, come Giulio, ha compiuto diverse ricerche in Egitto.

Che Giulio Regeni sia stato torturato e ucciso perché desse fastidio a qualcuno, era cosa abbastanza chiara. Ma a chi? Aveva scoperto qualcosa? Oppure era venuto in pos di documenti scottanti o in contatto con cose che non lo riguardavano?

In un lungo intervento pubblicato sul Washington Post, Jean Lachapelle, prova a ragionare e a ricostruire l’intricato mosaico attorno alla morte dello studente italiano, scomparso e poi trovato cadavere lungo la strada che dal Cairo porta ad Alessandria, lo scorso 3 febbraio.

“Come lui – dice – ho intervistato attivisti di sindacati indipendenti. E come molti altri cittadini non egiziani, ero d’accordo con quanti sostenevano che il mio status di straniero mi offrisse una certa protezione da forme estreme di abuso fisico”.

Regeni, come è noto, studiava i sindacati indipendenti,

“un argomento apparentemente innocuo in un Paese dove la sinistra non solo è debole, ma anche ostile ai Fratelli Musulmani, il principale gruppo di opposizione al regime. Inoltre, lo studioso non era l’unico accademico a studiare sul campo questioni delicate. Alcuni ricercatori hanno intervistato attivisti dell’opposizione, compresi i membri della Fratellanza Musulmana, mentre altri studiosi hanno pubblicato critiche al regime”.

Eppure ad andare incontro alla morte, per giunta brutale, è stato il giovane studente italiano. Perché? Lachapelle è convinto che Regeni sia finito nel cono d’ombra dei sospettati e infine considerato una minaccia dalle forze di sicurezza egiziane.

Nel corso delle sue ricerche, Lachapelle ha imparato due cose:

“La prima è che le forze di sicurezza prestano molta attenzione a eventuali segnali di politicizzazione all’interno del movimento operaio. Sotto il regime dell’ex presidente Hosni Mubarak le forze di sicurezza hanno stabilito una netta distinzione tra le rivolte di tipo politico e quelle economiche. Le proteste per il lavoro sono state spesso tollerate o ignorate finché i manifestanti non hanno avanzato rivendicazioni politiche. Parallelamente, anche agli attivisti politici è stato permesso protestare e criticare il regime fino a quando non hanno tentato di fomentare le masse contro il governo”.

“In secondo luogo – prosegue il dottorando – le forze di sicurezza hanno idee diverse circa le cause della mobilitazione popolare. Le autorità egiziane hanno sviluppato teorie su come sono esplose le agitazioni popolari nel 2011, ritenendo che i disordini siano stati guidati da forze politiche ben organizzate capaci di manipolare il cittadino medio per fini politici”.

Va considerato poi che l’apparato di sicurezza egiziano è convinto che nella rivoluzione del 2011 abbiano avuto un ruolo chiave anche “cospiratori stranieri, come Hamas”.

Alla luce di tutto ciò, spiega Lachapelle, è

“possibile che le attività di ricerca di Regeni siano state mal interpretate come basi per la preparazione di una nuova rivolta. Aveva costruito legami con soggetti locali, partecipava a riunioni con attivisti sindacali e parlava un ottimo arabo – una capacità essenziale per un ricercatore, ma che purtroppo tende a sollevare sospetti”.

“Forse – conclude – il rapimento di Regeni è stato ordinato dopo una lunga sorveglianza. O forse è stato semplicemente prelevato in strada da agenti agitati mentre si recava a incontrare un amico e i sospetti nei suoi confronti si sono riaccesi durante la detenzione. In ogni caso, il fatto che sia stato ‘interrogato per sette giorni’ indica la probabilità che le forze di sicurezza lo vedevano come una minaccia”.