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Italia Oggi: “Pizzarotti ha reso Parma grigia e spenta”

ROMA – La vicenda di Federico Pizzarotti mette a le contraddizioni e le insufficienze del Movimento 5 Stelle, inventato da un comico e destinato e finire, nella migliore delle ipotesi, in un mare di sberleffi.

Come scrive Domenico Cacopardo su Italia Oggi,

il caso 5Stelle è diverso solo in un punto: che i suoi due leader, Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, per motivi misteriosi che riguardano il loro privato, hanno rinunciato a una reale esposizione personale, delegando il lavoro politico a una banda di ragazzotti senza arte né parte, reclutati in un singolare modo: dalla frequentazione degli spettacoli a pagamento del predetto Grillo alla realizzazione di cerchie di spettatori-ammiratori-seguaci, sino al sistema ora in auge, il web.

Grillo e il defunto Casaleggio, di fronte al magma della casualità derivante dal metodo di reclutamento, hanno manipolato gli strumenti mediatici di cui disponevano definendo, volta per volta, un’ortodossia da rispettare, creando, a valle di essa, i fedelissimi di prima linea disposti a «credere, obbedire, combattere».

L’ultimo slogan è «onestà», un’idea geniale che contiene in sé il germe dell’autodistruzione. In effetti l’onestà dovrebbe prima di tutto essere intellettuale e proprio questa difetta nella testa e nei comportamenti smaccati del gruppo dirigente dei 5 Stelle, gente che sempre e troppo strumentalizza gli eventi quotidiani della società e della politica (…)

Ma veniamo a Parma e a uno dei giovanotti reclutati, ormai qualche anno fa, dal duo Grillo&Casaleggio, appunto Pizzarotti. Un buon ragazzo forse, senza nessuna esperienza di esercizio di specifiche responsabilità, proiettato al vertice del comune dal rifiuto della maggioranza dei parmigiani di votare al ballottaggio il Pd Bernazzoli, «colpevole» di essere un quadro storico del partito, di essere stato a lungo presidente della provincia, in definitiva consuntosi nel grigiore personale e politico. Questa la ragione per cui la città moderata, orfana di un attendibile candidato di centro-destra dopo la fallimentare esperienza del dimissionario Vignali e illusa dalle parole d’ordine a 5Stelle, ha votato Pizzarotti. Un voto «contro» più che «pro».

Il leit-motiv della campagna di Pizzarotti era costituito dall’inceneritore, evocato come minaccia letale per tutta la città, in coerenza con la linea generale grillina di presunta purezza ecologista. Che Federico Pizzarotti abbia imbracciato l’arma della lotta all’inceneritore dimostra la sua totale incompetenza amministrativa e la sua incapacità politica. L’inceneritore (collocato a pochi metri dagli impianti Barilla nell’acquiescente silenzio dell’impresa), infatti, era quasi terminato e sarebbe entrato presto e legalmente in esercizio. Ci sarebbe voluto un atto amministrativo illegale (e quindi foriero di rilevanti danni da pagare all’Iren, la società pubblica incaricata di realizzazione e gestione) che, giustamente, Pizzarotti non si sentì di adottare.

La tara originaria, peraltro, del governo cittadino è stata costituita dalle modalità di scelta degli asri, una raccolta di curricula via web che ha prodotto l’assunzione della responsabilità di asre alla cultura di Maria Laura Ferraris, dalle incerte esperienze e, soprattutto, talmente libera da impegni lavorativi a Torino, la sua città, da poter abbandonare immediatamente tutto insediandosi nel prestigioso incarico parmigiano.

In proposito, va riferito un episodio curioso e ridicolo che definisce la dimensione politica del Pizzarotti e della Ferraris: commentando la vittoria di Mantova, a Capitale italiana della cultura 2016, entrambi assicuravano la città che la volta di Parma sarebbe venuta nel 2017. Non sapevano che per ragioni di equità nazionale, prima che la nomina tornasse al Nord, si sarebbero dovute accontentare una città del centro, una del Sud e una delle isole. E infatti, Pistoia sarà la capitale del 2017.

La ciliegina finale è stata rappresentata dalla scelta del soprintendente del teatro Regio dopo l’uscita di scena di un vero esperto di valore internazionale come Carlo Fontana, in dissenso con l’asra. Per individuare la personalità idonea (che per il Regio non è più soprintendente, ma «solo» direttore generale), è stata indetta una «Ricognizione esplorativa», formula giuridicamente equivoca cui, in definitiva, qualunque Tar attribuirebbe i caratteri di procedura concorsuale.

Ed è andata così. La ricognizione è stata dichiarata «senza esito», con un’affermazione che è un falso, giacché numerosi erano stati i partecipanti e, di essi, almeno quattro o cinque erano idonei ad assumere l’incarico. E senza una specifica motivazione dell’inidoneità di ciascuno dei concorrenti.E, subito dopo, per chiamata diretta, sono state reclutate due professioniste, con curricula densi ma non tali da assicurare la prestigiosa direzione del teatro Regio.

Da qui, la denunzia del sen. Pagliari e l’avviso di garanzia per abuso d’ufficio, il reato che commette chi mal usa la discrezionalità amministrativa. Certo, il pubblico ministero dovrà individuare il dolo nel procedere di Pizzarotti e della Ferraris, ma la successione dei fatti mostra, come dire, un disegno non specchiato in un procedimento di rilevanza cittadina, regionale e nazionale.

La morale è sempre la stessa: la capacità amministrativa e la capacità politica non si comprano al supermercato. Si sudano sui libri e sulle esperienze vere.I ragazzotti, si chiamino Pizzarotti, Di Maio (noto come ex-steward dello stadio S. Paolo), Di Battista (esperienze –brevi- in Guatemala, Congo-Kinshasa e Sud-America) e Fico (di cui non si conoscono precedenti lavorativi), non rappresentano certo il pacchetto di mischia di una squadra vincente. Al massimo, una raccolta di riserve di secondo e terzo piano.