Rassegna Stampa

Liu Xiaobo morto, repressione e libero mercato i due pilastri della Cina

Liu Xiaobo morto, Pechino lo dimentica e perde occasione per rispetto diritti umani

Liu Xiaobo morto, Pechino lo dimentica e perde occasione per rispetto diritti umani

PECHINO – Un’occasione persa, quella della Cina e di Pechino, per celebrare il suo premio Nobel Liu Xiaobo, morto il 12 luglio dopo aver perso la sua battaglia contro il cancro. L’Occidente si indigna per la situazione politica in Cina, dove l’opposizione di cui Liu faceva parte è isolata mentre il governo di Xi continua una dura repressione.

Gianni Riotta sul quotidiano La Stampa parla di Liu Xiaobo e dell’occasione persa da parte del governo di Pechino per il rispetto dei diritti umani. Il premio Nobel cinese per la pace è stato u****o il 13 luglio da cancro mentre scontava una pena di 11 anni di carcere, lui dissidente del governo cinese che era considerato il Mandela di Pechino:

“Solo un altro laureato dal Nobel per la pace è morto in prigionia, il giornalista socialista Carl von Ossietzky, nel 1938, in una cella nazista. Ma la Germania di Hitler allora era già un Paese isolato e temuto, fuori da ogni organizzazione internazionale. La reputazione della Cina è ben diversa, il presidente Xi Jinping, cosciente del potere straordinario che Pechino ha riacquistato, si muove come elemento di stabilità, non di rottura, dell’equilibrio mondiale. Al vertice di Davos, mentre l’America di Donald Trump si ergeva da bastione isolato di muri e dazi, Xi – ultimo grande leader comunista – si faceva a sorpresa patrono di liberi scambi e commerci internazionali, come scambiando la filosofia di Karl Marx con quella di Adam Smith nel canone del suo poderoso partito.

Pur tenendo viva la tensione con le isole artificiali nel Mar Cinese Meridionale o al confine con l’India, Xi ha una strategia di lunga durata – quel che manca a Usa ed Europa – per l’Africa, con investimenti e aiuti, con la Banca Asiatica di Sviluppo che Obama sottovalutò ingenuamente, con la ripresa del patto di scambio Tpp nel Pacifico, stracciato a vanvera da Trump, con il piano «One Belt One Road». Varando accanto a una vecchia portaerei ucraina una di ultima generazione e lanciando la flotta d’alto mare che mancava alla Cina dai tempi del leggendario ammiraglio Zheng He, nel XV secolo, Xi è gigante del XXI secolo, nessun leader cinese, dopo Mao, ha avuto tanto potere. Ma, in parallelo alla campagna anticorruzione contro quadri del partito e dell’esercito, Xi non demorde dall’intimidire anticonformisti e dissidenti.

Il movimento che Liu aveva provato a rilanciare, dopo l’abbandono della Columbia University per partecipare alle dimostrazioni filodemocratiche di piazza Tiananmen nel 1989, represse nel sangue, ebbe momenti di gloria solo nel 2008, quando il documento liberale Charta 08 venne sottoscritto da oltre 300 attivisti, dirigenti, intellettuali, perfino quadri del Pcc. Ma la galera, la repressione, le intimidazioni, gli esili lo hanno presto ridotto a poca cosa, flebili voci coraggiose, come in Russia un tempo, incapaci di piegare il regime.

Perché dunque, con tanto zelo, Xi si preoccupa di azzittire un’opposizione isolata e spaventata? La maggior parte dei cinesi è dalla sua parte, a Pechino il commento diffuso sulla morte in catene di Liu è «se l’è voluto lui», e in un recente incontro al Council on Foreign Relations di New York l’artista dissidente Ai Weiwei, reduce dalla prigione, confessava: «I giovani in Cina mi ridono dietro, bella la tua democrazia vero? Ti piace il Carnevale di Brexit e Trump? Cosa posso rispondere?».

L’Occidente non ha alcuna voglia di confrontarsi con Xi sui diritti umani. Ci provò Hillary Clinton, andando a Pechino a dire «i diritti delle donne sono diritti umani», ma prevale, a Washington come a Bruxelles, la spietata realpolitik di Henry Kissinger: la Cina è fulcro del mondo e, tra Putin, l’atomica coreana, crescita anemica e debito pubblico, non possiamo inimicarcela. Liu Xiaobo è dunque morto solo, dimenticato in patria e nel mondo, come Carl von Ossetzky 79 anni fa. Il ragionamento dei pragmatici non fa una grinza, l’economia pesa più dei valori.

Ma proprio quel nome perduto, von Ossetzky, dovrebbe essere da monito, per i leader occidentali e per il presidente Xi, uomo che sa esser saggio. Abbandonare i diritti umani per un vantaggio momentaneo sembra buon senso, ma è un azzardo, la realpolitik 1938 s’è rivelata follia solo un anno dopo. Xi Jinping, leader comunista che teme la diaspora seguita alla caduta del Pcus a Mosca, operi la stessa meditazione: nessuno può, per sempre, reprimere la natura libera degli uomini, salvo seminare zizzania e odio alla fine nefasti. «La libertà di parola è base dei diritti umani, radice della natura umana e madre della verità. Uccidere il diritto di parola insulta i diritti, soffoca la natura umana, azzittisce la verità» diceva inascoltato, oggi, Liu Xiaobo: come altri martiri il domani gli apparterrà”.

San raffaele
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