Rassegna Stampa

Ma non chiamatelo “modello tedesco”: le differenze con la Germania e l’illusione della stabilità

Ma non chiamatelo "modello tedesco": le differenze con la Germania e l'illusione della stabilità

Ma non chiamatelo “modello tedesco”: le differenze con la Germania e l’illusione della stabilità

ROMA – Ma non chiamatelo “modello tedesco”: le differenze con la Germania e l’illusione della stabilità. “La legge elettorale della Germania non è la mia preferita, anzi. Tuttavia in queste ore molti partiti tra quelli che hanno sostenuto il no al referendum la stanno indicando come proposta al Paese. Il Pd non ha i numeri da solo. Ma se dobbiamo andare sul modello tedesco che sia tedesco anche nella soglia di sbarramento al 5% (così da limitare il numero dei partitini in Parlamento). E che ci siano i nomi sulla scheda: voglio sapere almeno il nome e il cognome di chi voto”. Così Matteo Renzi nella sua e-news. Dal che si ricava forse la buona notizia di una possibilità di accordo largo, come auspica ed esige il Presidente della Repubblica (la legge elettorale condivisa, non necessariamente il via libera alle elezioni anticipate…).

Si ricava anche, da questo generale apprezzamento sul sistema proporzionale con sbarramento al 5%, l’idea che basti prendere il modello elettorale della Germania e paracadutarlo sulla scena politica italiana per “normalizzarci” e diventare stabili e virtuosi. Ma il modello tedesco, spiega Gian Enrico Rusconi de La Stampa (“L’illusione della stabilità alla tedesca”) è un’altra cosa, l’introduzione in Italia del proporzionale e del 5% non colma certo l’abisso di differenza fra i due sistemi.

Il modello elettorale tedesco è più complicato di quanto non si dica. Ogni elettore dispone di due voti: uno per il collegio uninominale (quindi nominativo), l’altro per il partito. Questo secondo voto determina, su base proporzionale con la soglia del 5 per cento, il numero di seggi spettanti a ciascun partito. In seguito a complessi meccanismi di aggiustamento, i consensi delle liste rimaste escluse possono andare a vantaggio dei partiti più grandi, mentre il numero dei deputati diventa variabile. E’ difficile far capire questi meccanismi nel nostro dibattito pubblico fissato esclusivamente sullo sbarramento del 5%, con discussioni astratte sulla equità di questa soglia rispetto ad una del 4 o del 3%. Senza contare la complicazione del premio di maggioranza, del tutto assente in Germania.

Insomma abbiamo una soluzione all’italiana contrabbandata per soluzione alla tedesca. I veri punti di solidità del sistema tedesco sono altri, primo fra tutti la «sfiducia costruttiva». Il Parlamento, cioè, non può sfiduciare un esecutivo se non è immediatamente disponibile un altro esecutivo in grado di godere della nuova fiducia. Assolutamente rilevante poi è la posizione, il ruolo e le competenze del cancelliere, che non sono omologhe a quelle del nostro presidente del Consiglio. Il cancelliere tedesco infatti nomina e revoca, di fatto, i singoli ministri, soprattutto decide in piena autonomia le linee guida della politica del suo governo. Decisivo poi è il ruolo del Bundesrat, il Consiglio federale, costituito dai rappresentanti dei Länder che hanno competenze legislative determinanti in settori attinenti le singole aree regionali (un autentico «Senato delle regioni», quale si sarebbe potuto istituire anche nel nostro sistema e ben diverso da quello prefigurato nella abortita riforma costituzionale). (Gian Enrico Rusconi, La Stampa)

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