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Marco Pantani a residence Le Rose. Forse non prima volta…

ROMA – Il mistero della morte di Marco Pantani si arricchisce di un nuovo capitolo. Ieri, 24 febbraio, a Rimini è andata in scena l’udienza voluta dal gip Vinicio Cantarini dopo la richiesta di archiviazione presentata nel settembre scorso dalla Procura riminese e l’opposizione (ritenuta fondata dal giudice) dell’avvocato Antonio De Rensis, legale della famiglia. Due ore di confronto e alcuni punti che la difesa ha messo a segno nonostante la serena spiegazione di Paolo Giovagnoli, procuratore capo di Rimini, presente in aula:

“Non è emerso alcun elemento a sostegno della tesi di omicidio”.

De Rensis, al contrario, ha sottolineato come tutti coloro i quali hanno fornito verità diverse rispetto a quella della Procura, o non sono stati interrogati, oppure sono stati bollati come gente che ricorda male.

Come riporta Tommaso Lorenzini su Libero,

alla fine dell’udienza, De Rensis ha spiegato ai giornalisti i punti ancora tutti da chiarire e alla quale la Procura non ha fornito convincenti risposte: “Bisogna approfondire la questione dei metaboliti nel sangue di Pantani, quindi droga e medicinali (l’ultima relazione, quella del professor Tagliaro, indica gli psicofarmaci all’epoca prescritti dal dottor Greco come la causa del decesso, smentendo la prima perizia del dottor Fortuni, secondo la quale il romagnolo aveva assunto cocaina per oltre sei volte la dose letale per una persona adulta, ndr); approfondire il rebus del lavandino; capire chi portò i tre giubbotti da sci a Marco; il bolo di pane e coca vicino al cadavere; l’anomala posizione del corpo; lo specchio intatto nel bagno distrutto; la carta di gelato trovata nel cestino e che non si sa da dove è arrivata”.

(…) Ma il vero colpo, De Rensis lo aveva già assestato in aula, evidenziando l’inedita testimonianza di una escort che può far crollare tutta la verità ufficiale. Secondo i racconti fatti agli inquirenti dal personale dell’albergo, infatti, era la prima volta che Pantani soggiornava a “Le Rose”. La prostituta sudamericana, invece, sostiene che circa tre mesi prima della morte del ciclista fosse stata in quell’hotel proprio in compagnia del Pirata e di un’altra persona.

Dunque all’hotel dovevano conoscere per forza Marco, e qualcuno ha mentito, magari su questa e altre cose. Un’incongruenza che vizia tutta la prima indagine, quella basata sulla testimonianza del portiere di allora, Pietro Buccellato, colui che ha ritrovato il corpo e dato l’allarme. Buccellato ha sempre detto che, dopo aver bussato alla stanza D5, pensava che chi era dentro fosse andato via senza aver pagato, cosa che avveniva di frequente. Ma se la porta era bloccata dall’interno e lui ha dovuto forzarla per aprirla, come si faceva a uscire da una stanza da dove non si poteva entrare? Domande che si sommano, mentre la combattiva mamma Tonina non si arrende. (…)

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