Rassegna Stampa

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: “Sparlacchi”

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: "Sparlacchi"

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: “Sparlacchi”

ROMA – È ora di finirla di “costruire carriere immeritate” processando la trattativa Stato-mafia – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano – che è solo un’ “allucinazione” senza “una sola prova seria” e “si concluderà con il totale flop dell’inchiesta di Antonio Ingroia & soci”. Parola di Pino Arlacchi, sociologo ed europarlamentare eletto con l’Idv poi passato al Pd. In un’intervista a Panorama, colui che viene definito “tra i massimi esperti internazionali di criminalità organizzata” propone di “rottamare una certa idea della mafia”, ma anche chi “ha voluto costruirsi una carriera”. E non parla di se stesso, ma dei pm che indagano sulla trattativa, “ammalati di protagonismo e venditori di paura”.

Tipo Nino Di Matteo, che pur di fare carriera s’è addirittura fatto condannare a morte da Totò Riina. Ma questa condanna a morte non vale, perché ormai “Riina è un capomafia di 84 anni, in galera da 21, solo e abbandonato” e “la credibilità delle sue farneticazioni è zero”. Nulla a che vedere con il Riina che, dalla gabbia di un processo nel ‘ 94, attaccò Caselli, Violante e Arlacchi: allora la sua credibilità era mille, tant’è che da quel momento – ricorda Panorama – Arlacchi “ha vissuto per 13 anni sotto scorta”. Strano, perché a sentire Arlacchi “la Cosa Nostra di Riina è stata fatta a pezzi dal maxiprocesso del 1987”, ergo non si comprende come abbia potuto mettere a ferro e a fuoco lo Stato fra il 1992 e il ‘ 94, ma soprattutto come Riina potesse minacciare sul serio Arlacchi nel 1994, al punto da costringerlo – obtorto collo, si capisce – a vivere scortato. Dopo la cura. In ogni caso Arlacchi ha il pregio delle idee chiare: la trattativa è un’ “allucinazione” perché “basata su un’ipotesi grottesca”: quella di una connection fra Stato e Cosa Nostra ai tempi delle stragi del 1992- ‘ 94 “attraverso il Ros e i servizi segreti che negoziano un armistizio”. Una panzana sfornita di qualunque “prova seria a sostegno”, a parte “le vanterie di un killer, Gaspare Spatuzza” (così inaffidabile da aver smontato una sentenza definitiva su via D’Amelio) e “le bufale di un calunniatore patentato come Massimo Ciancimino” (che però, purtroppo, conservava una cinquantina di documenti del padre, “papello” compreso, poi autenticati dalla Scientifica). Ci sarebbero pure le deposizioni dei vertici del Ros, dall’ex colonnello Mario Mori all’ex capitano Giuseppe De Donno, che parlano esplicitamente di “trattativa” con Vito Ciancimino, trait d’union verso Riina, ma lasciamo andare. Arlacchi non può tollerare “il fango gettato su persone perbene come Mancino e Conso, accusati senza il più piccolo indizio o prova di aver tradito il loro mandato” (in realtà sono imputati di falsa testimonianza), mentre furono “coraggiosi e inflessibili contro Cosa Nostra” (il secondo revocò il 41-bis a 334 mafiosi detenuti e il primo non mosse un dito, ma fa niente). Discorso chiuso, non ne parliamo più. Però c’è un però: un verbale di otto pagine fitte fitte, firmato poco più di quattro anni fa da tale Arlacchi Giuseppe detto Pino, sentito l’ 11 settembre 2009 come testimone dai pm di Caltanissetta Amedeo Bertone, Domenico Gozzo, Nicolò Marino e Stefano Luciani, nell’inchiesta Borsellino-quater. Lì l’Arlacchi mostra non solo di credere all’allucinazione della trattativa, anzi delle trattative (“addirittura tre o quattro”) fra Stato e mafia, ma anche di saperla lunga, molto lunga in materia, nella sua veste di “consulente dell’Alto commissariato antimafia” dal 1990 al ‘ 94 “in rapporti diretti con il ministero dell’Interno per redigere il progetto della Dia”. Prima della cura. Arlacchi racconta del famoso incontro del 1 ° luglio 1992 fra Paolo Borsellino e il neoministro dell’Interno Mancino: “Borsellino venne a trovarmi… nel tardo pomeriggio e mi disse di essere stato in precedenza a trovare l’on. Mancino con il quale aveva avuto un breve colloquio”, a cui “aveva presenziato il prefetto Parisi (Vincenzo, capo della Polizia, ndr)”.

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