Rassegna Stampa

Migranti, 5500 Comuni italiani su 8mila chiudono le porte: “Non li vogliamo”

Italia, 5500 Comuni chiudono le porte ai migranti da Pordenone a Civitavecchia

Italia, 5500 Comuni chiudono le porte ai migranti da Pordenone a Civitavecchia

ROMA – Su 8mila Comuni italiani in 5500 hanno chiuso le porte ai migranti. Da Pordenone a Civitavecchia i cittadini e le amministrazioni si ribellano all’accoglienza e dicono no all’ospitare profughi, col risultato che l’emergenza ricada solo su 2500 Comuni. La situazione diventa dunque complicata e delicata, con la quota di ripartizione dei profughi che sale da 2.5 a 3 ogni 1000 abitanti e l’associazione dei sindaci Anci che chiede al Viminale di intervenire e di sollecitare l’Unione europea.

Grazia Longo su La Stampa rilancia l’appello di Matteo Biffoni, delegato immigrazione Anci e sindaco di Prato, che chiede al Viminale di rispettare le regole:

“Ci rendiamo conto delle difficoltà, ma il Viminale deve rispettare le regole altrimenti la situazione diventa esplosiva. Occorre affidarsi l’un l’altro e se salta l’impianto diventa difficile andare avanti. Fondamentale poi è che il governo prosegua la sfida verso l’Unione europea. La sua assenza è una vergogna incredibile e il nostro Paese deve continuare a insistere per ottenere un aiuto concreto”.

Dal Viminale, intanto, ribadiscono la necessità di «un’accoglienza diffusa», mentre non c’è nessuna apertura all’ipotesi di dichiarare lo «stato d’emergenza». Prioritario invece il controllo delle frontiere in Libia. Il ministro dell’Interno Marco Minniti ne discuterà, lunedì prossimo a Tunisi, con rappresentanti dei governi di Francia, Germania, Svizzera e Austria, alla presenza del presidente libico riconosciuto dall’Onu Al-Sarraj e delegati di Ciad e Niger”.

Intanto però la tensione sale sempre più nei Comuni. A Pordenone, scrive Lorenzo Padovan, ci sono oltre 400 migranti contro i 125 previsti dal ministero e così è scattata una lite tra Comune e Croce Rossa che ha aperto un ricovero di emergenza:

“Un flusso straordinario che ha portato qualche settimana fa l’amministrazione cittadina a promuovere la «Marcia dei doveri» – cui hanno partecipato centinaia di persone -, nella quale si evidenziava ai profughi che, assieme ai diritti verso chi ad esempio richiede asilo, esistono impegni e responsabilità precise nei confronti della comunità locale che li accoglie.

Per cercare di fornire una risposta all’emergenza, la Croce Rossa ha deciso di aprire un ricovero: 24 posti letto e una cinquantina di pasti al giorno. Un’iniziativa privatistica che esula dall’azione coordinata dalla Prefettura. «Una decisione che noi contrasteremo con ogni strumento – ha assicurato il sindaco Alessandro Ciriani (Fratelli d’Italia) -: com’è possibile che in una città che ha già oltrepassato il limite della saturazione si agisca autonomamente e si affitti un locale in pieno centro e di fronte ad un parco per bambini? Chi lo controllerà? Non possiamo legittimare chi agisce fuori dai canoni istituzionali. Si apra altrove, nei tanti comuni che non hanno un solo migrante»”.

Anche a Civitavecchia i cittadini sono contrari allo sbarco, prosegue la Longo:

“È stato sufficiente che circolasse l’ipotesi di uno hotspot al molo 28 – possibilità smentita dal Viminale – per scatenare una levata di scudi trasversale. Dal sindaco agli albergatori è partito un «no» secco alla realizzazione di una struttura provvisoria di prima accoglienza per le procedure di identificazione. La levata di scudi si è registrata dopo il sopralluogo effettuato venerdì scorso da prefettura, questura e Protezione civile alla presenza del primo cittadino grillino Antonio Cozzolino. Immediata la sua reazione: «Civitavecchia non è nelle condizioni di diventare un hotspot e se il ministero dell’Interno continuerà con decisione su questa pericolosa strada, dovremo affrontare un’emergenza difficile, se non impossibile, da gestire»”.

E la situazione non migliora in Sardegna, spiega Nicola Pinna, dove i centri sono quasi tutti pieni e sono stati riaperti due carceri per l’accoglienza:

“Nell’isola, le quote dell’accoglienza previste dal ministero dell’Interno vengono superate e aggiornate a distanza di pochi mesi. E spesso i bandi delle prefetture non raccolgono nessuna adesione. Ora il nuovo caso riguarda la riapertura di due vecchi penitenziari: quello di Iglesias, nel Sulcis, e quello di Macomer, in provincia di Nuoro.

Le celle, secondo l’idea del ministero, diventeranno presto la nuova casa per centinaia di migranti. Del progetto si parla da parecchio tempo ma tutto è fermo perché le contestazioni sono state fin da subito fortissime. «In realtà l’iter procede – assicura il sindaco di Macomer, Antonio Succu – Due settimane fa è stato fatto un sopralluogo all’interno del vecchio carcere. La commissione ha dato il suo primo via libera. Ora aspettiamo una decisione. Nell’ex penitenziario della nostra città dovrà diventare un centro per i clandestini destinati al rimpatrio. E io dico che preferisco che gli immigrati siano dentro a un carcere, controllati, piuttosto che in un classico centro di accoglienza, liberi di girare per la città». Da queste parti, dunque, i migranti li vogliono solo se rimarranno chiusi in cella. A Iglesias la protesta è stata ancora più dura. «Il ministero ci ripensi – ha ripetuto tante volte il sindaco, Emilio Gariazzo – Noi stiamo portando avanti un progetto di integrazione e non vogliamo che si riapra il carcere per i migranti. Se persistono l’altro progetto si blocca»”.

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