Rassegna Stampa

Napoli, baby boss camorra: spari in aria e minacce Facebook

Napoli, baby boss camorra: spari in aria e minacce Facebook

Napoli, baby boss camorra: il tetto di una casa usato come poligono di tiro

NAPOLI – Napoli, baby boss della camorra si allenano: spari in aria e minacce sui social network. Anche la mafia campana si evolve, si adegua ai tempi. I vecchi boss di una volta cedono il passo a ragazzi nemmeno maggiorenni che già maneggiano armi d’assalto e la contabilità della droga. Improvvisano omicidi come niente e non si premurano nemmeno di non farsi sentire dai bambini. Come in questo video pubblicato dal Corriere della Sera, che qui riprendiamo, insieme all’articolo Amalia De Simone: 

“La piccola G. gioca, corre, ride. Dalla sua voce si capisce che si sta divertendo. Sembra una casa normale e invece pochi secondi dopo si sente lo scarrellamento di una pistola: qualcuno prepara le armi. I suoni, le voci, i toni, le risate catturate da ore ed ore di intercettazioni, restituiscono la bestialità del vivere quotidiano degli affiliati ai clan della «nuova camorra» e l’ordinario terrore con cui violentano una città. Quel modo di parlare così spregiudicato diventa l’arma nelle mani delle forze dell’ordine per incastrarli e il racconto, più duro di qualsiasi fiction o romanzo, della nuova generazione di criminali ribattezzati dalle cronache come i baby boss. La strada è via Oronzio Costa, nel centro di Napoli, che gli stessi autoctoni chiamano «la via della morte»; la casa è quella di un gruppo criminale che ha come leader la famiglia Buonerba contrapposta a quella dei Sibillo con cui si contendono estorsioni e spaccio. I grandi sono giovanissimi e pure loro giocano, impegnati in una partita di carte e contemporaneamente in una con la vita: «Bisogna andare a colpo sicuro, bum!» dice una di loro. Un altro: «Io acchiappo pure le donne… non me ne importa proprio…» Poi arriva la notizia che uno dei loro rivali è in pizzeria. Sempre la donna: «Questa occasione ce la manda il Padre Eterno».

L’occasione è quella di un omicidio, quella di segnare un punto nella faida per il controllo del centro storico di Napoli. E così sia. (…) Ma l’agguato è stato eseguito quasi all’impronta, senza preparazione e così arrivano anche i dubbi: il sicario potrebbe aver ucciso l’uomo sbagliato. (…) Il capoclan taglia corto: «È tutto a posto. Chi è, è… che ce ne fotte».

(…) Negli ultimi mesi, in attesa che tra mille difficoltà, le indagini dell’autorità giudiziaria si compiano, si contano già tre vittime innocenti. Dodici i morti ammazzati dall’inizio dell’anno”.

Ma a spaventare di più sono i baby boss, un fenomeno nuovo, come spiega ad Amalia De Simone l’avvocato Leopoldo Perrone:

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«Assistiamo ad un fenomeno criminale che è molto distante dalla tipologia emersa negli anni passati e relativa alla camorra – spiega Perone – è un fenomeno di consorterie criminali molto più simili alle gang di New York. Si perde l’omertà per esempio, nel senso che anche nelle conversazioni captate noi assistiamo ad un connotato assolutamente esplicito dei dialoghi. Non ci sono più codici e spesso l’assenza di un codice genera l’assenza di prevedibilità dell’aggressione camorristica. (…) La mancanza di prevedibilità assoluta, l’assenza di predisposizione di una strategia, l’assoluta assenza anche, per esempio, della predisposizione di un piano di fuga e la rudimentalità operativa sono le caratteristiche del modus operandi di queste consorterie criminali. A tutto questo corrisponde però la spietatezza nell’esecuzione».

Un’altra zona calda è la periferia est di Napoli messa a ferro e fuoco da bande di ragazzini marchiati «fraulella» o «bodo» (i soprannomi dei clan di riferimento) che cercano di mutuare le modalità efferate che erano state caratteristiche del clan Sarno. Si muovono in branco circolando a bordo delle loro moto per i quartieri e sparando in aria: è la cosiddetta «stesa», una pratica intimidatoria ormai diffusa in molti quartieri e in molti clan che già in passato è costata qualche morto innocente come il musicista rumeno Petru Birlandeanu.

Spiega Vincenzo d’Onofrio, neo procuratore aggiunto ad Avellino ma con un passato alla direzione distrettuale antimafia di Napoli:

«Hanno un linguaggio diretto e sfrontato anche nei confronti delle forze dell’ordine. Si pongono spesso in maniera spavalda, agli interrogatori si presentano con i tatuaggi di appartenenza ben in evidenza. I boss di una volta non avevano bisogno nemmeno di parlarsi tra di loro, bastava uno sguardo. Questi ragazzini invece sono spregiudicati nelle parole e nei fatti. È una criminalità non esperta perché sono tutti giovanissimi, non hanno un capo di riferimento, ma hanno un modello operativo molto violento che era quello dei Sarno e che consisteva nel farsi vedere in strada, di sparare all’impazzata, di non dare tregua al all’avversario. Agiscono nel nome di boss che sono dietro le sbarre e che idealizzano nella consapevolezza di non durare a lungo, processualmente o fisicamente. Per questo motivo cercano di ottenere tutto e subito”.

“Anche i profili social di questi ragazzini che, nonostante il loro ruolo nei clan, non rinunciano a Facebook, sono dei veri e propri manifesti criminali. La cronista di Metropolis Napoli Manuela Galletta li ha osservati a lungo e traccia uno spaccato inquietante: «Tenete presente che questo tipo di comunicazione si svolge su profili social volutamente lasciati aperti perché il sospetto è che loro da un lato vogliano lanciare messaggi ai nemici e dall’altro cercare di tenere alto il morale del clan, soprattutto nei momenti di difficoltà. Tra le frasi che ricorrono più frequentemente dopo retate o arresti ci sono: «Il leone e ferito ma non è morto». Oppure al Conocal (rione di Ponticelli, periferia orientale di Napoli ndr.) così come a Forcella (quartiere del centro di Napoli) scrivono: «Conocal comanda» o «Forcella è il numero uno». Tutto questo sempre dopo un momento di crisi per lasciar capire a chi è rimasto in libertà che il clan è ancora vivo».

 

 

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