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Paolo Gentiloni: “Disfatta a Mosul per l’Isis, ma non finirà il terrorismo”

ROMA – Per Paolo Gentiloni, il ministro degli Esteri italiano, la disfatta dell’Isis a Mosul è il primo passo verso la sconfitta del Califfato islamico, ma il terrorismo non è ancora finito. Gentiloni in una intervista al Messaggero spiega che non vanno commessi gli errori del passato e bisogna impedire che “si compiano vendette”.

Marco Ventura ha intervistato per il Messaggero il ministro Gentiloni, che spiega come dopo l’entrata dell’esercito a Mosul e l’arretramento dei miliziani dell’Isis ci sia la possibilità nei prossimi mesi di riprendere la città in Iraq, per dare poi il via alla liberazione di Raqqa in Siria:

“Tra curdi, sunniti e sciiti esploderanno nuovi conflitti?
«La premessa è che la fine di Daesh è possibile se non si faranno gli errori ripetutamente commessi negli ultimi due anni. Ne ho parlato venerdì con l’inviato del presidente Obama in Iraq, Brett McGurk: questa non è una guerra lampo finalizzata ad alzare una bandiera nella piazza di Mosul e magari domani di Raqqa. È piuttosto una campagna di liberazione e stabilizzazione che durerà molti mesi, che richiede grande equilibrio politico e diplomatico, che incontrerà diversi ostacoli. Non solo da parte dei circa 4 mila terroristi oggi a Mosul, ma anche ostacoli politici».

Quali errori vanno evitati?
«A Falluja e Ramadi abbiamo subìto decisioni ispirate da logiche settarie che escludevano la componente sunnita dal governo delle città liberate, o addirittura che lasciavano il campo a vendette e violenze diffuse. Risultato: Ramadi è stata ripresa da Daesh e soltanto parecchi mesi dopo si è potuto liberarla. Il governo iracheno ha ora chiarito che le forze regolari avranno il ruolo guida e non basta vincere militarmente: occorre una governance inclusiva. Non vanno autorizzate vendette ma va rassicurata la popolazione sunnita. Grazie a questa politica, sono rientrati un milione di sunniti scappati da Tikrit, Ramadi e Falluja»”.

I sunniti in Iraq non andranno esclusi dal governo, spiega poi Gentiloni, sottolineando che dopo che sarà ripreso il controllo del paese il territorio potrebbe venire spartito a seconda delle tradizioni, delle culture e delle religioni che lo popolano. Importante poi evitare tensioni:

“«Mi riferisco al ruolo di Paesi importanti come la Turchia, alle forze curde e alle milizie sciite. Le condizioni per arrivare a una vittoria militarmente alla nostra portata sono legate all’impostazione politico-diplomatica non da guerra lampo, ma da campagna di medio periodo che associ la liberazione alla stabilizzazione. L’Italia qui ha un ruolo. Con 1300 militari siamo secondi solo agli Usa. Non combattiamo sul terreno, ma abbiamo addestrato 14.600 militari iracheni e curdi. E guidiamo la stabilizzazione della sicurezza con i carabinieri nelle zone liberate dell’Anbar»”.

Sul rischio di una nuova guerra fredda con la Russia, spostata stavolta in Medio Oriente, Gentiloni spiega che bisogna mantenere il dialogo. C’è poi il rischio che i jihadisti tentino di fuggire verso l’Europa:

“«Il buonsenso ci dice che chiudere con la macabra vicenda di Daesh sarà una grande svolta. Le radici del fondamentalismo terrorista non verranno per questo cancellate, la minaccia potrà riproporsi in altre forme. Ma guai a sottovalutare la forza di attrazione simbolica, economica e militare di un gruppo terrorista che si racconta come uno Stato. La sua fine ridurrà la minaccia terroristica ovunque nel mondo, sia pure senza eliminarla»”.


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