Rassegna Stampa

Perché le dighe non funzionano e i laghi sono vuoti: inefficienza, ambientalismi, tragedie

Perché le dighe non funzionano e i laghi sono vuoti: inefficienza, ambientalismi, tragedie

Perché le dighe non funzionano e i laghi sono vuoti: inefficienza, ambientalismi, tragedie

ROMA – In Italia è emergenza siccità. Le dighe non funzionano e i laghi sono stati svuotati tra inefficienza, poca manutenzione, ambientalismi e ancora tragedie e intanto la rete idrica ormai è allo stremo.

Alessandro Mondo su La Stampa scrive che il sistema idrico è composto da 528 grandi dighe e oltre 9mila sbarramenti. Un sistema imponente ma fragile e che le infrastrutture sono indebolite da decenni di trascuratezza e dalla mancanza di risorse, oltre che da una gestione frammentata:

“Le grandi dighe sono di competenza statale, le piccole dighe di competenza regionale: in tutti i casi sono le Regioni a trattare le concessioni. Numeri poderosi, ridimensionati da altri. Ad esempio l’anzianità degli invasi principali, prossima ai 60 anni, con un’età media variabile: maggiore per le dighe dell’arco alpino e del versante settentrionale dell’Appennino, si legge in un rapporto della Direzione generale dighe del Ministero delle Infrastrutture; minore per quelle meridionali e insulari.

Un sistema segnato da catastrofi che in passato diedero impulso al controllo statale – il crollo della diga del Gleno (1923), le tragedie della diga di Molare (1935), di Pontesei (1959) e del Vajont (1963) -, oggi condizionato dall’intreccio di diversi fattori: l’elevata età media delle opere, l’estrema variabilità dei carichi ambientali, gli eventi sismici, gli insediamenti antropici. Fattori che, avvertiva nel 2008 un dossier della Cisl Funzione pubblica, valgono a maggior ragione per gli impianti minori: «Il rischio connesso con la presenza sul territorio delle dighe minori viene spesso trascurato, assumendo il concetto che esso sia proporzionale alla grandezza dell’opera».

Otto anni dopo, sul sistema dighe si gioca una doppia sfida. La prima, il Piano Dighe, se l’è intestata il ministro Delrio già nel 2016 e oggi rimanda al miglioramento e all’adeguamento alle condizioni di sicurezza di 100 invasi ad uso irriguo: interventi, che accompagnati alla rimozione del sedimenti, aumentano la capacità di invaso. Parliamo di circa 300 milioni di euro. Obiettivo: salvaguardare risorse idriche per 4,5 miliardi di metri cubi e avviare, con l’avanzamento degli invasi sperimentali, il recupero di 1,3 miliardi di metri cubi attualmente non invasabili. Il ministero è pronto a firmare gli schemi di contratto con i concessionari.

Operazione improrogabile: basti pensare che nel 2013 la Direzione Grandi Dighe aveva individuato 155 invasi bisognosi di interventi urgenti di incremento e aumento della sicurezza. Stante la mancanza di risorse dei gestori pubblici irrigui, «e la mancanza di adeguatezza tecnico-gestionale», non se ne fece (quasi) nulla, spiegano dal Mit. Ma talora a fare la differenza è stata anche la levata di scudi sui territori: emblematico il progetto della diga di Combanera, in Piemonte, finito nel cassetto. «Un’occasione persa», ricorda Paolo Romano, presidente della Commissione acque di Utilitalia. Oggi, causa la siccità, il livello medio si è abbassato al di sotto del limite di sicurezza imposto dal ministero in caso di mancanza dei lavori, la capacità media delle grandi dighe si attesta a circa il 64% dell’invaso.

La seconda sfida rimanda alla riorganizzazione di un sistema che deve puntare sul miglioramento degli impianti esistenti e sullo sviluppo di quelli secondari, più che su nuovi, grandi invasi: «Per le grandi dighe si è raggiunto il livello di saturazione», spiega Gianni Tartari per l’Istituto di ricerca sulla acque del Cnr. Riorganizzazione gestionale ma soprattutto tarata sui cambiamenti climatici. Vale in particolare per il Nord Italia. «Per secoli se l’è cavata bene grazie ad accumuli nevosi costanti e ai laghi alpini regolati – riflette Pierluigi Claps, professore ordinario di Idrologia e Costruzioni idrauliche del Politecnico di Torino -: condizioni non più scontate, oltretutto a fronte di maggiori consumi». Da qui la necessità di nuovi impianti irrigui, non necessariamente di grandi dimensioni, «per intercettare le portate di piena, intermittenti e di breve durata, invasando volumi importanti. In sintesi: bisogna mettere da parte l’acqua che arriva, quando arriva. «Una strategia che purtroppo non è ancora stata recepita»”.

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