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Referendum trivelle: si, no, bianca? Giannino vs Di Maio

ROMA – Referendum trivelle, come votare? Tutti pensano alle belle spiagge del Sud, nessuno pensa che alla fine, se vince il sì, saranno i soliti noti a pagare, i contribuenti in regola col fisco appartenenti a quella sempre più minoranza che non è riuscita a arruolarsi nelle schiere dei finti poveri d’ Italia.
Oscar Giannino offre sul Messaggero di Roma, “le verità dietro il polverone fatto di bugie e mistificazioni”.

Giannino si produce in una analisi precisa dei numeri coinvolti. Di una delle tante balle sul tema energia c’è la testimonianza in un video in cui Luigi Di Maio, autocandidato premier per il Movimento 5 Stelle, afferma che la bolletta della luce calerebbe se l’energia di fonte petrolio-gas-carbone fosse sostituita con le fonti rinnovabili, dimenticando il peso del Fisco e soprattutto delle ingenti sovrattasse addizionali che ci fanno pagare per finanziare i produttori di rinnovabili.

Le conclusioni di Oscar Giannino sono lampanti:

“I numeri parlano chiaro: rinunciare a una pur piccola quota di petrolio e gas nazionali significa aumentarne l’import tramite petroliere più inquinanti degli impianti estrattivi”.
Devastante l’effetto sulla occupazione, che fra diretta e indotto riguarda, secondo Giannino, 30 mila persone.

Se vince il sì, anticipa Oscar Giannino, oltre 200 pozzi sui 484 in funzione oggi si fermerebbero in questo 2016, altri 120 entro il 2018, ne resterebbero 90 al 2024, fino allo stop totale nel 2034.
Le concessioni oggi attive interamente entro le 12 miglia sono 33 su un totale di 69 marine, più altre 11 in parte entro le 12 miglia. Queste 44 concessioni coinvolgono 90 piattaforme per 484 pozzi: il petrolio è ricorso nella campagna referendaria evocando i danni di possibili sversamenti in mare, ma solo 4 su 44 concessioni sono petrolifere, il resto è solo gas. 30 concessioni sono dell’Eni, 5 di Edison, 5 di Adriatica, 4 di Ionica Gas. L’estrazione di gas entro le 12 miglia di cui si parla è pari al 3% del fabbisogno nazionale, quella di petrolio pari a un insignificante 1%.

Si tratta di un referendum marginale ma non troppo, avverte Giannino:

“Se vince il sì, a seconda della durata precedente delle concessioni esse dovranno negli anni fermarsi anche se c’è ancora gas da estrarre”.

Se vince il sì, prevede Giannino, si verificheranno tre tipi di danni:

1. i danni diretti alle imprese energetiche. I danni immediati alle compagnie che gestiscono i pozzi attuali entro le 12 miglia assommano a circa 1,5 miliardi, di cui 1 miliardo per l’Eni.
2. l’impatto sugli investimenti energetici previsti,
3. gli effetti negativi sugli occupati nella filiera. Gli occupati direttamente interessati dal quesito odierno sono circa 11mila, e si arriva a 30 mila comprendendo l’indotto.
Gli investimenti – il più, da compagnie straniere –, che si erano attivati quando il governo nel 2014 abolì i divieti a ricerca ed estrazione di fonti fossili posti dal centrodestra e dal governo Monti, erano nell’ordine dei 16 miliardi di euro.

Poi c’è stata la retromarcia governativa, (vedi sotto) a causa della quale

“gli investimenti previsti erano scesi verticalmente, ne restavano circa 6 miliardi. Se vince il sì, spariscono anche quelli.I sostenitori del sì al referendum trivelle, ricorda Giannino, dicono che quegli investimenti vanno reindirizzati alle fonti rinnovabili. Sta di fatto che la tecnologia e le specializzazioni italiane nella ricerca e nell’estrazione marina di fonti fossili sono un’eccellenza mondiale, e credere che costruire e gestire piattaforme e pale eoliche o impianti per sfruttare le correnti marine sia la stessa cosa, può pensarlo o chi è in malafede o chi non sa di che si parla. Bisogna infine considerare l’effetto che la cessata estrazione avrebbe in termini di minori royalties incassate dallo Stato centrale e dalle autonomie.
Nel 2015 l’ammontare è stato di 325 milioni di euro, con un gettito da imposte di ulteriori 580 milioni. E’ vero tuttavia che scenderebbero progressivamente, e che quelle citate sono le cifre complessive su quanto si estrae anche oltre le 12 miglia e a terra. Di sicuro invece, rinunciare a quella sia pur minima quantità di petrolio nazionale significherebbe dover ricorrere a petroliere che giungano dall’estero nei nostri terminal portuali per circa 500mila tonnellate, e i dati storici dicono che è ambientalmente più rischioso questo, di quanto non sia stata l’estrazione nel nostro paese. Mentre, se pensiamo al gas, eliminazione dell’estrazione entro le 12 miglia di mare comporta l’aggravio dei nostri conti esteri per l’equivalente di 1,9 milardi metri di cubi di metano importati: Algeria e Russia commosse ringraziano2.

Giannino scrive anche degli aspetti tecnici del referendum trivelle:

“Si può votare in cinque modi.

1. Astenersi, scelta che è assolutamente e programmaticamente legittima.

Astenersi significa mirare a invalidare il referendum, visto che secondo l’articolo 75 della Costituzione vigente è condizione del suo legittimo effetto che partecipino alla urne almeno la metà più uno dei circa 53 milioni di elettori italiani.

2. Andare a votare ”sì” o no” all’abrogazione,

3. consegnare bianca la scheda

4. annullarla senza apporvi un segno inequivocabile a favore del ”sì” o del ”no”, bensì di altro tipo. In tutti questi quattro casi, concorrete alla validità del referendum. Una volta ritirata la scheda al seggio, anche bianche e nulle fanno quorum.

Ci si chiede di abolire la norma con la quale si è estesa la durata delle concessioni in mare entro le 12 miglia dalla costa fino alla durata di vite utile del giacimento. Nuove concessioni entro le 12 miglia sono già vietate.

E su questo punto vanno dette le cose come stanno, i referendari hanno già vinto a tavolino: perché il governo tentando di invalidare il referendum ha fatto marcia indietro nella legge di stabilità 2016 rispetto alla svolta che aveva attuato nel 2014, e lo ha fatto senza aprire un dibattito, né nel Pd né nel Paese.

Il quesito restante sul quale si vota oggi è frutto del fatto che il governo scrisse male le norme in legge di stabilità, altrimenti con ogni probabilità avrebbe fatto propria anche la modifica chiesta nel referendum odierno: una pessima dimostrazione di come, in un Paese ad altissima dipendenza energetica, sulle fonti nazionali si continui a non discutere seriamente, ma solo in maniera strumentale.