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Terrorismo: “annientata” o no la cellula Parigi-Bruxelles?

PARIGI – Terrorismo nuovi incubi. Polizia belga pasticciona e inadeguata, se non avesse commesso una serie di errori che mergono di ora in ora, la strage di Bruxelles si sarebbe potuta evitare. E adesso l’incubo: siamo sicuri che non ci saranno nuovi attentati, come sembrano voler garantire i servizi di sicurezza belgi? Le Monde, che ha avuto accesso ai verbali e i cui giornalisti si sono fatti una idea senza filtri ufficiali di come sono state condott ele indagini, si interroga:

“È stata davvero “annientata” la cellula terroristica di Parigi e Bruxelles?”

Domanda inquietante, senza risposta.

Salah Abdeslam conosceva i fratelli kamikaze El Bakraoui che si sono fatti esplodere a Bruxelles lo scorso 22 marzo? Agli inquirenti che lo avevano interrogato appena un paio di giorni prima degli attacchi all’aeroporto di Zaventem e della metro aveva detto di non conoscerli e di non averli mai visti, poi si sono fatti saltare in aria uccidendo oltre 30 persone e causando oltre 300 feriti.

Domande sbagliate e confuse quelle degli investigatori, risposte evasive e false quelle di Salah, catturato il 18 marzo a Molenbeek proprio vicino a Bruxelles,. Questo è il quadro che emerge dalla pubblicazione degli interrogatori fatta dal quotidiano Le Monde,  dove sono messe in risalto tutte le inadeguatezze della polizia belga, che dopo il blitz nella cittadina a caccia dell’attentatore di Parigi sapeva della presenza di altri terroristi islamici nella città. Anche la presenza di Salah nella cittadina belga era nota da 3 mesi precedenti all’arresto, ma la nota informativa dalla cittadina non era mai arrivata all’intelligence di Bruxelles.

Francesca Pierantozzi sul Messaggero scrive, basandosi su Le Monde, che le domande degli agenti sono sbagliate e confuse e che dopo gli attentati di Bruxelles Salah non vuole più parlare:

“Alla fine dell’interrogatorio, a mezzogiorno del 19 marzo, prima di lasciarlo andare nella sua cella nel carcere di Bruges, mettono davanti a Salah la foto dei fratelli El Bakraoui. Sono in fuga, armati e pericolosi. Gli inquirenti hanno ragione a concentrarsi su di loro: tre giorni dopo si faranno esplodere, uno all’aeroporto, l’altro nella metro. Salah Abdeslam scuote la testa: «Non li conosco».

Sia gli agenti sia il giudice istruttore dovrebbero sapere che non è possibile. Che è l’ennesima bugia. Che i due fratelli frequentavano il bar degli Abdeslam a Molenbeek. Che Khalid El Bakraoui aveva affittato sotto falso nome diversi covi del commando del 13 novembre, compreso quello di Forest, penultimo nascondiglio di Salah. Ma niente, non lo incalzano. Salah mente fin dall’inizio. La prima domanda è il suo ruolo negli attentati del 13 novembre. Ammette di aver noleggiato le auto e prenotato le camere nei residence. Ma nega di essere un organizzatore. Dice di aver fatto tutto «su richiesta di Brahim» suo fratello. Non dovrebbe crederci nessuno: Brahim era a detta di tutti sotto l’influenza del fratello minore, alcuni parlano di «intelligenza limitata». Poi si passa al racconto degli attacchi.

Lui dice che doveva «farsi esplodere» allo stade de France. Racconta di aver accompagnato i tre kamikaze, anche se conferma solo l’identità di Bilal Hadfi e assicura di ignorare quello che dovevano fare gli altri due. Così spiega il suo «passo indietro»: «Ho rinunciato quando ho parcheggiato l’auto. Ho fatto scendere i miei passeggeri, poi sono ripartito. Ho guidato a caso, ho parcheggiato non so dove. Sono sceso, ho preso le chiavi dell’auto. Poi mi sono infilato nella metro alla stazione di Montoruge. Ho fatto qualche fermata, una o due. Sono uscito. Ho camminato fino a un negozio di telefoni, ho comprato un telefono e ho chiamato una sola persona: Mohamed Amri». E’ vero: Amri verrà a prenderlo a Parigi da Bruxelles con Hamza Attou.

Ma Salah ha chiamato anche altre persone, altri «amici» a Bruxelles, ha tentato di contattare una zia a Parigi. Poi non spiega perché nella sua rivendicazione l’Isis parla di un quarto attacco nel 18 esimo arrondissement, dove aveva appunto lasciato l’auto. Dubbi anche sulla cintura esplosiva che indossava e che dice di aver buttato in un «posto discreto». A Abid Aberkan, che lo nasconde nel suo ultimo rifugio a Molenbeek, dirà che ha avuto un problema tecnico, che mancava «liquido esplosivo». Forse lo ha fatto per evitare rappresaglie dall’Isis. Forse non è vero niente.

Ma la bugia più grossa è su Abaaoud: dice che è il vero responsabile degli attentati» e che lui lo ha incontrato solo «alla vigilia degli attacchi». La polizia sa bene che si conoscono da quando sono ragazzini. Salah lo aveva raccontato alla polizia belga nel febbraio 2015, quando era stato convocato per sospetta radicalizzazione. Senza contare che con Abaaoud erano stati anche in prigione insieme nel 2010. Dell’uomo arrestato con lui, Amine Choukri (si tratterebbe di un tunisino, Ayari), Salah ammette di esserlo andato a prendere in Ungheria ma poi assicura: «Non so chi sia». Falle nelle indagini in Belgio, e drammatica mancanza di comunicazione tra i diversi corpi di polizia, continuano e venire fuori. Ieri il capo della polizia di Malines (vicino a Anversa) ha ammesso che per mesi è rimasto nel cassetto un rapporto di un agente che il 7 dicembre aveva segnalato che un certo Abid Aberkan era in contatto con Salah Abdeslam – allora ricercato numero uno per gli attentati – e che bisognava tenere d’occhio casa sua: a Molenbeek, al 79 di rue des Quatre Vents. Il rapporto non è mai arrivato all’antiterrorismo, che arriverà soltanto il 18 marzo a quell’indirizzo. E ci troverà Salah”.

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  • Bruxelles, aeroporto: passeggeri sotto choc dopo bombe Ansa
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  • Un fermo immagine tratto da Sky mostra passeggeri all'esterno della metro di Bruxelles (Ansa)
  • La cartina di Bruxelles in un fermo immagine tratto da Sky
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