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Sara Bosco morta overdose: anche madre era tossicodipendente

ROMA – Sara Bosco è stata trovata morta ad appena 16 anni nel padiglione dismesso del Forlaini in cui viveva. La ragazza era tossicodipendente e si nascondeva nei cunicoli e nei sottopassaggi nascosti, gli stessi dove si trovano gli spacciatori di droga. Anche Katia, la mamma di Sara Bosco, era una tossicodipendente. Due vite segnate falla droga e dalle fughe dalla società.

Rory Cappelli su Repubblica scrive che Sara Bosco era cresciuta a Santa Severa e frequentava la scuola a Ladispoli, ma non l’ha mai finita:

“La notte del 14 gennaio scorso Sara scompare da Santa Severa. La madre presenta denuncia ai carabinieri solo un paio di giorni dopo, «perché l’aveva già fatto». Sara ha un piercing sotto il labbro, i capelli castani rasati ai lati, è alta 1 metro e 65, ha il numero romano “IV” tatuato sul polso destro, la lettera “M” tatuata sul dito medio della mano sinistra, la lettera “S” tatuata sull’indice della mano sinistra. Poi qualcuno a fine gennaio si mette in contatto con Chi l’ha visto? Dalla trasmissione chiamano in diretta Katia, la madre, che dice, in lacrime: «Vorrei fare un appello a mia figlia, vorrei che tornasse a casa: non ce la faccio più, mi manca da morire e non vivo più senza di lei». Spiega anche che i quartieri frequentati da Sara a Roma sono Pigneto, Termini, Ostiense.

Intanto Sara continua ad aggiornare il suo profilo Facebook: il 15 gennaio posta una foto che la ritrae in una stazione (forse Ladispoli). Alle 2,27 del mattino scrive un messaggio: “fine girl”. Fine girl in inglese vuol dire ragazza carina, giusta, ok. Ma gli investigatori oggi ci leggono un presagio, quasi un annuncio. Il 24 gennaio Sara aggiorna la copertina: mette una foto in cui è abbracciata a una fontana, in qualche piazza di Roma.

A fine gennaio la madre con due giornalisti di Rai3 va a cercarla al Pigneto: la riconosce un barista. L’ha vista dormire con un ragazzo nei luoghi più improbabili. È un altro ragazzo che indica dove ha dormito quella notte: porta la madre e i giornalisti in un garage. Sara è lì: si altera, dice di voler restare con il suo fidanzato, cerca di andarsene. La madre la tira per un braccio e la costringe a seguirla a Termini: si fermano per mangiare e Katia spiega a Sara che il tribunale l’ha affidata ai servizi sociali. Sara va in bagno. E scappa. Alla fine, a metà marzo, la ritrovano. Viene ospitata in una casa famiglia, gestita dal centro di accoglienza “Il monello”, di Monte San Giovanni Campano,

in provincia di Frosinone. Ci resta un paio di giorni, poi annoda le sue lenzuola, le cala dalla stanza del terzo piano e tenta la fuga. Ma cade. Le ferite sono gravissime: viene ricoverata in codice rosso al Gemelli. Ha fratture, trauma facciale e ferite in tutto il corpo. Quando esce dal Gemelli, zoppicante e sofferente, va in una comunità di recupero di Perugia, L’isola che non c’è. E anche da qui, un paio di giorni fa, scappa. Fino all’epilogo di ieri”.


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