Rassegna Stampa

Somalia, i pirati sono tornati: almeno 6 assalti da inizio marzo

Somalia, i pirati sono tornati: almeno 6 assalti da inizio marzo

Somalia, i pirati sono tornati: almeno 6 assalti da inizio marzo

MOGADISCIO – I pirati somali sono tornati: almeno sei agguati sono stati messi a segno negli ultimi due mesi. Il primo, quello che ha segnato il risveglio ufficiale dei banditi del mare, porta il nome di Jacfar Saciid Cabdulaahi. A inizio marzo, Cabdulaahi alla guida di un paio di dozzine di uomini armati si è impossessato di una grossa petroliera partita da Gibuti e diretta a Mogadiscio. E’ stata la prima nave commerciale sequestrata in quelle acque dal 2012.

Ne parla Tommaso Carboni sul quotidiano La Stampa

Secondo gli Stati Uniti, come ha riferito recentemente Tom Waldhauser, comandante in capo delle forze Usa in Africa, il ritorno dei pirati è legato a fattori contingenti come la carestia e la siccità che stanno colpendo la Somalia. I nuovi attacchi, aggiunge il militare, non dovrebbero durare a lungo, ed è possibile arginarli ristabilendo quelle misure di sicurezza che hanno contribuito a risolvere la crisi precedente. Nel 2011, con 237 incidenti, l’emergenza pirati raggiunse il suo apice. Bande di ex-pescatori a bordo di motoscafi e gommoni assaltavano qualsiasi imbarcazione capitasse loro a tiro. Si calcola che tra il 2008 e il 2012, i pirati abbiano guadagnato circa 120 milioni di dollari l’anno.

Dopo perdite gigantesche, stimate tra i 900 milioni e i 3,3 miliardi di dollari l’anno, l’industria dei trasporti adottò delle contromisure. Alle navi venne imposto di spostarsi più rapidamente e a maggior distanza dalla costa, e di ospitare a bordo guardie armate pronte a far fuoco sugli aggressori. Anche gli organismi internazionali fecero la loro parte. Vennero istituite due missioni per presidiare le acque dell’ Oceano Indiano orientale: una con flotta della NATO, l’altra dell’Unione Europea. Risultato: i pirati si trovarono di fronte tali rischi che nel 2013 tentarono solo 15 attacchi. Ma superata l’emergenza si è fatto l’errore di trascurare di nuovo le difese. A dicembre scorso, le forze navali della Nato se ne sono andate. Restano quelle dell’Unione Europea, almeno fino al 2018, quando si deciderà se prolungare la missione. Anche le navi cargo si tutelano meno, muovendosi più lentamente, vicino alla costa, e spesso senza armi.

Come consiglia il generale Waldhauser, irrobustire la sicurezza è la prima cosa da fare. Tuttavia gli esperti avvertono che non è una soluzione di lungo termine, perché non affronta la radice del problema. Che è il sottosviluppo della costa somala, a cui la pesca illegale dà un ampio contributo. Navi straniere, senza rispetto per il divieto di non avvicinarsi oltre 24 chilometri dalla costa, prosciugano le risorse del mare a danno dei piccoli pescatori locali. In teoria, le autorità somale dovrebbero intercettare e arrestare i pirati, come chi pesca illegalmente. Ma la realtà è che il governo centrale non ha sufficienti risorse per pattugliare i mari e far rispettare la legge. In altri casi è la corruzione dei funzionari, spesso quelli delle regioni autonome, ad aggravare il problema. L’anno scorso, per esempio, il governo autonomo di Puntland ha venduto, contravvenendo alle norme federali, licenze di pesca per 10 milioni di dollari a delle società cinesi.

In questo clima di illegalità diffusa, e di fronte ad un indebolimento delle misure di sicurezza, i pirati hanno intravisto un’opportunità per tornare a mietere profitti. Imprenditori locali, si legge nell’ultimo rapporto di Oceans Beyond Piracy, hanno investito in nuove armi e motoscafi per attaccare spedizioni internazionali e regionali. Non si tratta quindi di una recrudescenza passeggera: la pirateria è tornata per restare. Ci vorrà del tempo per liberarsene.

 

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