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Stefano Rho, prof licenziato perché fece pipì in cespuglio

Licenziato in tronco dalla scuola perché fece pipì in un cespuglio, una sera di 11 anni fa. E' la surreale storia del professor Stefano Rho

 

ROMA – Licenziato in tronco dalla scuola perché fece pipì in un cespuglio, una sera di 11 anni fa. E’ la surreale storia del professor Stefano Rho, 43 anni, padre di tre figli, insegnante a Bergamo, che ha appena perso il lavoro, le anzianità accumulate, è stato cancellato da tutte le graduatorie provinciali per via di un episodio che fa quasi ridere se non fosse tragico.

L’episodio in questione è accaduto la sera di Ferragosto del 2005. Stefano e un suo amico cercano di partecipare a una festa di paese ad Averara, nella bergamasca. C’è come ospite un comico di Zelig, la folla è tanta e alla fine Stefano e il suo amico riescono solo sul tardi a entrare e a farsi una birra. Una volta usciti è notte, ai ragazzi scappa la pipì e a quell’ora in un paesino non c’è bar aperto. Ecco che i due si avvicinano a un cespuglio, nei pressi di un lampione, e fanno pipì. Li nota un carabiniere che stacca una multa. I due neanche protestano, salutano il carabiniere e dopo qualche giorno pagano. E qui inizia la storia surreale del professor Rho, raccontata da Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera:

Un anno dopo i due si ritrovano imputati, davanti al giudice di pace di Zogno, «perché in un piazzale illuminato adiacente alla pubblica via compivano atti contrari alla pubblica decenza orinando nei pressi di un cespuglio». Duecento euro di multa: «Non abbiamo neanche fatto ricorso e neppure preso un avvocato di fiducia. Ci sembrava una cosa morta lì». Il 2 settembre 2013 il professor Rho, da quattordici anni precario come insegnante di filosofia in varie scuole superiori della bergamasca, firma per il Ministero un’autodichiarazione dove spunta la voce in cui dice «di non aver riportato condanne penali e di non essere destinatario di provvedimenti che riguardano l’applicazione di misure di sicurezza e di misure di prevenzione, di decisioni civili e di provvedimenti amministrativi scritti del Casellario giudiziario ai sensi della vigente normativa».

Tre mesi dopo, il dirigente scolastico gli comunica che da un controllo è risultato che lui, il professor Rho, risulta «destinatario di un decreto penale passato in giudicato». E lo invita a presentarsi a fine gennaio del 2014 per spiegarsi. Avute le spiegazioni, il dirigente riconosce che «appaiono plausibili le motivazioni addotte a propria discolpa» e che «se anche il prof. Rho avesse correttamente dichiarato le condanne avute le stesse non avrebbero inciso sui requisiti di accesso al pubblico impiego». Per capirci: a dichiarare il falso, perfino se fosse stato in malafede, non ci avrebbe guadagnato nulla. Anzi. Quindi, «tenuto conto del principio della gradualità e proporzionalità delle sanzioni in rapporto alla gravità delle mancanze», decide di dare al malcapitato il minimo del minimo: la censura. Buon senso.

Ma la legge italiana, che riesce a sbattere in galera un trentacinquesimo dei «colletti bianchi» incarcerati in Germania e arriva a scarcerare sicari mafiosi perché ha scordato una scadenza dei termini e non ce la fa quasi mai a processare i bancarottieri prima che cada tutto in prescrizione, decide che no, Stefano Rho non può cavarsela così. E la Corte dei conti, del tutto indifferente al tipo di condanna, che non prevede neppure l’iscrizione nella fedina penale (rimasta infatti candida) né un «motivo ostativo» all’assunzione nei ranghi statali, ricorda alle autorità scolastiche che Rho va licenziato. E così finisce. Il dirigente scolastico di Bergamo, Patrizia Graziani, prende atto della intimazione dei giudici contabili e dichiara la decadenza «senza preavviso» dell’insegnante, la perdita delle anzianità accumulate negli ultimi anni insegnando con continuità negli istituti bergamaschi «Natta» e «Giovanni Falcone», la cancellazione del «reo» da tutte le graduatorie provinciali eccetera eccetera…

 


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