Rassegna Stampa

Totò militare a Livorno: ecco come nacque la celebre frase “siamo uomini o caporali?”

Totò militare a Livorno: ecco come nacque la celebre frase "siamo uomini o caporali?"

Totò militare a Livorno: ecco come nacque la celebre frase “siamo uomini o caporali?”

LIVORNO –  Il celebre Totò ha vissuto anche tre anni a Livorno, dove ha prestato servizio come militare. Proprio nel porto toscano il grande comico ha “partorito” la celebre frase “siamo uomini o caporali?”. A 50 anni dalla scomparsa di Totò, nome d’arte di Antonio de Curtis, tornano alla luce aneddoti sulla sua vita. Tante le città che hanno organizzato celebrazioni, a partire dalla sua amata Napoli, ma tra queste non c’è Livorno, eppure il comico ha vissuto una delle esperienze più importanti della sua vita proprio in questa città.

Alessandro Guarducci sul quotidiano Il Tirreno scrive che Totò è stato soldato proprio a Livorno e vi ha passato almeno tre anni, anche se nel suo celebre tormentone parlava di un’altra città. “ho fatto tre anni di militare a Cuneo”, diceva l’attore, ma la verità è un’altra:

“Si sa invece che il giovane De Curtis ha trascorso gran parte dei tre anni di leva a Pisa, a Siena e soprattutto a Livorno. E proprio all’ombra della Fortezza Vecchia è nata una frase diventata poi celebre e ancora oggi utilizzata nel linguaggio comune: “Siamo uomini o caporali? ”. Il tutto a causa di un detestatissimo graduato che gli rese la vita difficile proprio durante il militare a Livorno. Non si tratta una semplice battuta, non di un modo di dire o di una esclamazione spontanea — di quelle che l’attore napoletano ha dispensato a piene mani nell’arco della sua carriera — ma della sintesi di una profonda analisi del genere umano classificato in due categorie, un autentico metro di giudizio per misurare la statura morale degli uomini”.

Nel libro “Siamo uomini o caporali”, proprio il grande comico racconta la sua storia di quando era poco più di un ragazzo ed entrò volontario sotto le armi:

“Fu in questo glorioso reggimento — continua nello scritto autobiografico — che ebbi come graduato il famigerato caporale, il caporale per antonomasia, il caporale a vita, uno di quelli cioè che ti fanno odiare, per un numero imprecisato di generazioni, la vita e il regolamento militari! Egli era stato promosso caporale per assoluta mancanza di graduati disponibili, pur essendo quasi analfabeta. Nella vita militare, il conoscere determinati mestieri (barbiere, meccanico, autista, elettrotecnico, ecc.) presto o tardi consente di uscire dall’anonimato e di godere di un certo stato di privilegio, evitando così tutte le fatiche, le corvèes e i turni di guardia. Turni di guardia e corvèes costituiscono l’ossessione dei giovani i quali attendono con ansia la libera uscita per godersi tranquillamente — e, se possibile, con una bella figliola, diciamo così, indigena — le poche ore di evasione dall’atmosfera della caserma. A quei tempi mi piaceva la vita brillante del giovane di buona famiglia senza pensieri, sospiravo il suono della tromba che dava il via alla libera uscita e rendendomi simpatico ai superiori con le mie macchiette teatrali tentavo di conquistarmi l’esenzione dal servizi di guardia e di corvées che coincidono, puntualmente, con il permesso serale”.

Insomma, Totò a Livorno si trovava bene — lo fa capire chiaramente — e avrebbe voluto spassarsela un po’ di più. Ma… «C’era un “ma” — aggiunge nello scritto autobiografico — che sbarrava le mie intenzionie i miei propositi; ed era incarnato da quello strano tipo di caporale ignorante e presuntuoso il quale, animato da un’irragionevole idiosincrasia nei confronti dei “militar soldati” abusando del suo grado, riusciva a privarci della sospirata breve libertà. Per quel che mi concerne, posso assicurarvi che mi riservava i servizi più umili e più bassi. E questo non era che il principio, l’inizio. A quel caporale tutto quello che facevo io non piaceva. La vita militare non mi si era presentata sotto un aspetto eccessivamente gradevole, dato anche il mio temperamento insofferente; tuttavia, per evitare le sue continue rappresaglie, assunsi un contegno disciplinato, eseguendo senza discutere i suoi ordini e subendo con rassegnazione le sue osservazioni. Questa mia tattica non ebbe un esito particolarmente felice. Il caporale scambiò la mia passività per debolezza e, forte più del suo grado che dei regolamenti, raddoppiò ingiustamente la dose, rendendomi veramente asfissiante la vita in comune. Durante le punizioni che mi toccava scontare, rimuginavo in me un rancore senza fine nei confronti dei “caporali” , verso coloro cioè che, muniti di un’autorità immeritata e forti di una disciplina che impone ai sottoposti l’obbedienza senza discussione, esercitano i loro meschini poteri. Per me, dare del “caporale” a qualcuno — in quel periodo — equivaleva a classificarlo nella peggiore categoria che si possa immaginare. In caserma mi capitò spesso di dire: Guardiamoci in faccia… Siamo uomini o caporali?».

 

 

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