Rassegna Stampa

Vittorio Feltri su Curzio Maltese: “Se la legge ti consente due stipendi”

Vittorio Feltri su Curzio Maltese: "Se la legge ti consente due stipendi"

Curzio Maltese (LaPresse)

ROMA – “Se la legge ti consente due stipendi” è l’articolo a firma di Vittorio Feltri, sulle pagine de Il Giornale, sul caso relativo a Curzio Maltese e il doppio stipendio a Repubblica e Parlamento Ue:

Il problema va posto così: si può predicare bene e razzolare male? Se lo fanno tutti, significa che è considerato lecito. Ma bisogna distinguere. Prendiamo il caso di Curzio Maltese, editorialista severo (una volta anche divertente) della Repubblica, da qualche mese parlamentare europeo eletto nelle liste immacolate di Tsipras, che non è un detersivo, ma un gruppo politico di nuovo conio e di qualche successo in cui si è infilata pure Barbara Spinelli, altra calligrafa instancabile del quotidiano fondato dal cardinale Eugenio Scalfari, vice Papa.

Maltese (un passato onorevole di cronista sportivo e inviato della Stampa di Torino) ha combattuto non soltanto Silvio Berlusconi, considerandolo il cancro della democrazia italiana, ma anche la cosiddetta Casta, accusandola ragionevolmente di godere di privilegi immeritati, degni di una repubblica delle banane. Entrato nell’assemblea di Bruxelles, votato dal popolo, egli avrebbe manifestato la disponibilità a rimanere collaboratore esterno del suo giornale (degnamente retribuito, com’è giusto che sia), uscendo però dall’organico dei giornalisti in pianta stabile e a tempo pieno. Una prova di buona volontà.

Peccato che la dirigenza e perfino il sindacato potente della Repubblica non abbiano gradito la proposta nella sua interezza. Perché? Probabilmente sognano che Curzio Maltese si tolga dai piedi e liberi il posto di commentatore, assai ambito da una moltitudine di colleghi smaniosi di fare carriera. C’est la vie. La nota firma deve aver mangiato la foglia, forse tutto l’albero, e si è incaponita. Non mi volete quale collaboratore oneroso? Preferireste che lavorassi gratis o che non scrivessi più un rigo, collocandomi in aspettativa? Bene. E allora io rimango qui, ricopro il mio ruolo di editorialista e, se non pubblicherete i miei articoli, amen, mi pagherete lo stesso, dal primo all’ultimo euro, stipendio pieno, dato che non esiste legge che vieti a un parlamentare europeo di svolgere attività giornalistica senza limiti.

Non c’è verso di dargli torto, a rigor di norma. Infatti quei cervelloni della Ue e quei cervellini che legiferano a Roma non si sono mai sognati di dichiarare incompatibile la professione giornalistica con il mandato di parlamentare Ue. Formalmente, pertanto, Maltese è in una botte di ferro. La legge è dalla sua parte. Egli infatti quale commentatore non ha obbligo di frequentare la redazione, avendo facoltà di vergare pezzi a casa propria, in albergo, dovunque disponga di un computer allo scopo di spedire al giornale i suoi elaborati, belli o brutti che siano. I contratti si rispettano e chi li viola è chiamato a pagare dazio.

Fin qui non ci piove. Poi è lecito polemizzare con un redattore che per anni si è distinto nelle vesti di moralista inflessibile, e, non appena si è trovato tra i privilegiati della Casta, ha pensato bene di godersi il doppio stipendio: quello di parlamentare e quello di giornalista. Ma trattasi di polemiche gratuite, dal momento che coloro che si attengono alle leggi non sono passibili di sanzioni. Nella circostanza, insomma, non è Maltese da criticare perché usufruisce di un diritto codificato, bensì quelli – i cretini detentori del potere di legiferare – che parlano e parlano, ma si guardano dal modificare norme inique. Per cambiare le quali basterebbero cinque minuti di relativo impegno.

Maltese è nella legalità e giustamente pretende due paghe, perché gli spettano; non è lui il pirla, ma i signori che non fanno nulla per cancellare certe storture della disciplina pubblica. Un po’ come la storia delle baby pensioni che furono approvate tanti anni orsono e incassate da parecchia gente col risultato di aumentare il debito pubblico. Ma attenzione: si affermò il concetto che i banditi fossero le persone che percepivano gli assegni di quiescenza – legalmente – e non gli incoscienti che, seduti alla Camera e al Senato, li avevano resi legittimi. Uno scandalo attribuito non a chi lo aveva provocato ma a chi si era limitato a prendere atto di un’opportunità, servendosene (…)

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