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Acqua del rubinetto? Come bere cocktail di farmaci di “seconda mano”

ROMA – Ogni volta che beviamo un bicchiere d’acqua fresca dal rubinetto, probabilmente corriamo il rischio di trangugiare anche un mix di farmaci di “seconda mano”, che sono cioè stati assunti da altre persone. Come? I farmaci odierni sono realizzati per essere stabili e di lunga durata. Ciò significa che una notevole quantità di quelli consumati passano attraverso il corpo e poi vengono eliminati nelle acque reflue.

Una quantità di questi farmaci, si riversa inalterato attraverso il sistema di filtraggio delle acque reflue e rientra così nelle case. Lo rivela uno studio pubblicato a maggio scorso sulla rivista Environmental Science and Technology Letters, che ha analizzato campioni d’acqua provenienti da 59 piccoli fiumi degli Stati Uniti.

La quantità di farmaci attualmente eliminata nell’acqua è sorprendente: in quasi tutti erano presenti circa 108 prodotti farmaceutici, tra cui la metformina, prescritto per il trattamento del diabete di tipo 2. Un corso d’acqua, da solo, conteneva 45 di farmaci diversi tra cui la carbamazepina, anti-epilettico, il metocarbamolo, un rilassante muscolare e il tramadolo, un antidolorifico oppioide sintetico.

Secondo i dati ufficiali riportati dal Daily Mail, quasi la metà di donne e uomini inglesi prende dei farmaci regolarmente prescritti, con una significativa percentuale di tre per ciascuno: i più comuni sono antidepressivi, antidolorifici e statine, solo per citarne alcuni.

Quando gli scienziati israeliani hanno testato le persone che avevano mangiato prodotti provenienti da colture irrigate con acque reflue trattate, hanno rilevato nella loro urina livelli significativi di carbamazepina.

Benny Chefetz, scienziato ambientale alla Hebrew University of Jerusalem, che ha condotto lo studio afferma che i livelli sono comunque inferiori a quelli di una pillola di 400 milligrammi: di conseguenza non dovrebbero avere conseguenze su adulti sani. Ma ha lanciato un avvertimento: “Non sappiamo cosa potrà accadere ai bambini esposti per una generazione a piccole quantità di farmaci”.

Una volta che le sostanze chimiche vengono ritenute pericolose, è quasi impossibile eliminarle.
Il modo migliore, secondo Chefetz, è che le case farmaceutiche riformulino i farmaci in modo che una volta eliminati, siano innocui. Il prof. Kuemmerer ha già dimostrato che è una cosa fattibile: ha lavorato al farmaco “propranololo“, comunemente prescritto per trattare l’ipertensione e l’angina: rallenta l’attività del cuore, interrompendo gli impulsi inviati dal sistema nervoso.
Il propranololo è chimicamente molto stabile e spesso è stato trovato nelle acque di scarico ma può avvelenare i pesci.

Kuemmerer ha scoperto che con una piccola variazione nella struttura chimica, il farmaco pur mantenendo pienamente la sua azione nel corpo umano, nell’acqua si elimina facilmente.
Sostiene che un approccio simile potrebbe essere utilizzato per ri-progettare altri tipi di farmaci.
Nel frattempo le case farmaceutiche stanno cercando di ridurre l’impatto della loro produzione sull’ambiente.

Il gigante farmaceutico UK, GlaxoSmithKline (GSK), ha annunciato una serie di iniziative, tra cui una che include la creazione di due centri – uno a Nottingham, l’altro a San Paolo, in Brasile – dove gli scienziati esploreranno la possibilità di utilizzare sui farmaci un minor numero di sostanze dannose, quali i metalli pesanti, che spesso fungono da catalizzatori per accelerare le reazioni chimiche.

Mike Murray, capo del settore Quality and Environmental Standards alla Association of British Pharmaceutica Industries (ABPI), afferma che le case farmaceutiche sono attivamente impegnate nella progettazione di processi eco-compatibili per la produzione di prodotti farmaceutici. “L’industria farmaceutica del Regno Unito continua a impegnarsi con le autorità di regolamentazione, per affrontare la questione dei potenziali rischi ambientali che comportano i residui farmaceutici”.