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Alzheimer si cura già nella pancia della mamma

MILANO – L’Alzheimer si può combattere già nella pancia della mamma. Parola di Michela Matteoli, responsabile del programma di Neuroscienze dell’Università Hunimed di Humanitas e direttrice dell’Istituto di Neuroscienze del Cnr, tra i relatori di TedxCnr che si è tenuto sabato 8 ottobre.

Secondo le ultime stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2050 le persone colpite dalla malattia saranno più di 107 milioni, cioè una persona su tre. “Serve cambiare l’approccio – spiega l’esperta – spegnere l’infiammazione è la chiave per sconfiggerla”. Di qui l’ipotesi di riuscire a prevenire l’insorgere della malattia già in età prenatale.

“Nel mio laboratorio – spiega la Prof. Matteoli – da anni studiamo la comunicazione che si instaura tra cellule neuronali e cellule gliali nel cervello. Le cellule gliali hanno un ruolo fondamentale: alcune – gli astrociti – modulano la formazione e la funzione della sinapsi e altre –la microglia– come spazzini, si attivano quando è presente un danno, per eliminare residui potenzialmente dannosi. Tra le sostanze che attivano la microglia, va annoverata la proteina beta amiloide, che forma le placche senili nel cervello delle persone affette da malattia di Alzheimer. La microglia, attivata dalla proteina beta amiloide, rilascia citochine, molecole che innescano uno stato infiammatorio cronico, che sembra favorire l’instaurarsi della patologia”.

L’unica prevenzione possibile, al momento, è modificare lo stile di vita: svolgere attività fisica e cognitiva e seguire un’alimentazione corretta. “Lo suggerisce anche un studio diffuso dall’American Alzheimer’s Association – conclude Matteoli – seguire una dieta a base, ad esempio, di cereali integrali, verdura a foglia larga, noci e pesce azzurro riduce del 50% l’incidenza della malattia”.

La notizia fa il paio con un nuovo studio pionieristico, condotto sui topi, all’Imperial College di Londra anche grazie ai finanziamenti dello European Research Council. I risultati, pubblicati sulla rivista dell’Accedemia americana delle scienze (Pnas), dimostrano che la terapia genica può fermare l’Alzheimer, prevenendo la formazione delle pericolose placche nel cervello e preservando le funzioni cognitive.

Magdalena Sastre, coordinatrice dello studio, spiega: ”Ci sono ancora molti ostacoli da superare, e al momento l’unico modo per somministrare la terapia è tramite un’iniezione diretta al cervello. In ogni caso – precisa – si tratta di un’importante prova di principio, che dimostra come questo approccio meriti ulteriori approfondimenti”.

L’esperimento apripista è stato effettuato veicolando nel cervello un particolare gene, chiamato PGC1-alfa, noto per la sua capacità di prevenire (almeno in provetta) l’accumulo della proteina beta-amiloide tipica dell’Alzheimer. Il gene è anche coinvolto nel metabolismo di grassi e zuccheri, e diverse ricerche in passato hanno dimostrato che la sua attività può essere potenziata grazie all’esercizio fisico e agli integratori di resveratrolo, una potente molecola antiossidante.

Alla luce di queste proprietà, il gene PGC1-alfa è stato veicolato nelle cellule dell’ippocampo e della corteccia cerebrale di topi ancora nelle fasi iniziali di malattia. Per farlo, i ricercatori hanno sfruttato come cavallo di Troia un virus modificato e reso innocuo, chiamato lentivirus, già impiegato in altri tipi di terapia genica. A distanza di quattro mesi, il trattamento ha quasi bloccato la formazione di placche di amiloide, preservando le capacità mnemoniche, le cellule dell’ippocampo e riducendo il numero di cellule gliali responsabili dell’infiammazione.