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Cancro, da immunoterapia e nivolumab una nuova speranza per i malati

NEW YORK – Cancro e immunoterapia. Gli effetti dell’impiego del nivolumab nella cura del cancro sono descritti da un giornalista del New York Times che ha seguito, nell’arco di cinque anni, la lotta di un suo amico contro un tumore alla schiena.

È una storia di alternanza fra speranza e disperazione che ha preso una piega positiva poco più di un anno fa, dopo che il medico aveva detto al malato, Jason Greenstein, che non c’era più niente da fare: “Morirai”. Jason Greenstein aveva 47 anni, un tumore del peso di sette chili gli appesantiva la schiena come una gobba. Fu a quel punto che acconsentì all’uso del nivolumab, che era in fase di test per la cura del cancro, il cui uso è stato approvato nei primi mesi del 2016 negli Stati Uniti e in Europa. Il racconto che ne trae Matt Richtel, è un lungo appassionante articolo sul New York Times. La conclusione non è trionfalistica ma di speranza: “L’immunoterapia offre speranza a un malato di cancro ma non certezza”.

Jason Greenstein ricevette la sentenza di morte dal suo oncologo un giorno di marzo del 2015. I grumi di cellule del linfoma di Hodgkin si erano gonfiati nei polmoni, rendendogli difficile la respirazione, interferendo sui nervi e quasi paralizzandogli la mano sinistra. L’oncologo, il dottor Mark Brunvand, osservandogli la pupilla gli disse: “Stai per morire. E dal momento che sei un mio amico, il mio lavoro adesso è renderti la vita il più confortevole possibile”.

In seguito, in una nota scritta a se stesso, il dottor Brunvand descrisse l’ulteriore trattamento come “più tossico che benefico, decisamente immotivato, a meno che il paziente non risponda al farmaco in maniera sbalorditiva”.

Qualche giorno dopo, Jason Greenstein accettò di riporre le sue speranze in un ultimo, disperato tentativo chiamato Nivolumab, un medicinale ancora in prova per il morbo di Hodgkin’s. Goccia dopo goccia, gli scendeva nelle vene, proprio come quegli strazianti trattamenti chemioterapici. Questa volta, però, gli effetti collaterali erano più sopportabili. E il risultato molto differente.

Tre mattine dopo, Greenstein si svegliò a causa dello shock della fidanzata: “Jason, devi vederlo!” gli disse, osservandogli attentamente la schiena. La protuberanza che aveva a causa dei tumori gli aveva fatto guadagnare il nomignolo affettuoso di Quasimodo. “I tuoi tumori si sono ridotti!” disse esterrefatta la compagna. In un batter d’occhio, dopo anni di futili, agonizzanti trattamenti, il cancro di Greenstein era sparito. Qualche settimana dopo il primo trattamento, i medici gli annunciarono con soddisfazione che il cancro stava regredendo.

L’avanguardia di un nuovo trattamento per la cura dei tumori, chiamata immunoterapia, mette in rilievo la durezza di come sia stato trattato il cancro per lungo tempo. L’obiettivo dell’immunoterapia è quello di indurre il sistema immunitario, spesso ostacolato dal cancro, ad attaccare i tumori con lo stesso zelo e la stessa sofisticatezza con la quale attacca le altre malattie. Il concetto, almeno in forma primitiva, risale a più di un secolo, ma le terapie che lasciano intravedere qualche promessa sono state sviluppate solo in tempi recenti.

Nell’arco di sei settimane, poche altre terapie avevano avuto gli effetti sbalorditivi dei quale stava cominciando a beneficiare Greenstein. “La sua storia non è una su un milione” si meravigliò il dottor Brunvand “ma una su 20 milioni”. Il cancro, purtroppo, non si lascia sconfiggere facilmente. E nonostante le promesse, l’immunoterapia, al momento, lascia nella maggior parte dei pazienti più delusione che speranza.

Quando nel 2010 comparvero i primi sintomi, Jason viveva a Las Vegas. Mentre tornava da un viaggio in Arizona, si accorse che la gola gli prudeva da qualche giorno e provava un forte dolore alla testa. Al persistere del dolore, decise di combatterlo con un rimedio casalingo: comprò una cassa da 12 di Bud Light. “Non funzionò molto”, confessò tempo dopo.

Un medico gli diagnosticò la mononucleosi, ma due cicli di antibiotici non risolsero il problema. Più passavano i giorni, più i sintomi peggioravano. Alla fine dell’estate, un altro medico gli disse che aveva il morbo di Hodgkin. La notizia cattiva era il morbo, quella buona che Hodgkin’s ha il 95% di cure riuscite. Non c’è problema, pensò Jason, mi curerò e continuerò la mia vita di sempre.

Il dottor Brunvand paragona la chemioterapia tradizionale al napalm. Non uccide solo il cancro, ma anche altre cellule come quelle nell’intestino, nella gola, i follicoli dei capelli. Jason ricevette il suo primo trattamento nel settembre 2010. Dopo la chemio disse di sentire “la sensazione di malore più brutta che abbia mai provato, moltiplicata per dieci”.

Nella primavera del 2011, dopo una breve remissione del tumore, Jason fu tra i pochi sfortunati a non aver sconfitto Hodgkin’s. Il cancro era tornato nella parete toracica. Passò allora al trattamento successivo, la chemioterapia di “salvataggio”, che come effetti collaterali prevede diarrea, ecchimosi, sanguinamento, perdita dei capelli.

Jason ha combattuto fino a marzo del 2015, quando i medici gli annunciarono che era prossimo alla morte e la famiglia si incontrò con il dottor Brunvand per pianificare gli ultimi giorni in una clinica per malati terminali. Senza molte speranze, accettarono il volantino di un medicinale chiamato “Nivolumab“, parte della nuova frontiera di immunoterapia, approvato nel 2014 come farmaco per il melanoma avanzato.

L’immunoterapia è basata sul fatto che una volta che il sistema immunitario riconosce il cancro e si prepara a combatterlo, accade qualcosa di straordinario: il sistema viene reso impotente. Gli scienziati ritengono che il tumore invii dei segnali per fermare le nostre cellule T, che sono quelle che combattono la malattia. Un modo cruciale con il quale il tumore inganna le cellule T, è quello di esporre sulla sua superficie una proteina, che viene riconosciuta dalle cellule T attraverso un recettore chiamato PD-1. Che sta per “Programmed death”, morte programmata.

In pratica, invita le cellule T ad autodistruggersi. Tutto ciò sembrerebbe un grave difetto di progettazione. Dopotutto, perché le cellule immuni dovrebbero suicidarsi? Si scopre così che il sistema PD è essenziale per la sopravvivenza: è intrinsecamente sicuro contro il sistema immunitario, che attacca i nostri stessi corpi (vedi lupus, morbo di Chron, artrite reumatoide).

Qualche volta vogliamo che i nostri corpi arrestino il sistema; il cancro sfrutta questo meccanismo di sopravvivenza. Mentre Jason riceveva le sue chemio, i ricercatori in America stavano sperimentando lo sviluppo del cosiddetto PD-1, che inibisce il cancro per scatenare il sistema immunitario. Questo difficile concetto era alla base del trattamento Nivolumab che Jason stava per ricevere.

Il 13 marzo, insieme alla fidanzata Beth, si sottopose al primo trattamento. Tre mattine dopo, quando Beth esclamò che il tumore si era ridotto, si chiese se non lo stesse semplicemente immaginando. Decise così di scattare delle foto alla schiena giorno per giorno.

In due settimane la schiena non aveva più protuberanze. Ad agosto 2015 il cancro tornò, così si decise per un trattamento di radioterapia e presto sembrò che il tumore fosse di nuovo andato via. Jason pensava a nuove iniziative imprenditoriali, tra cui lavorare con un oncologo per sviluppare una società di immunoterapia. Ma il tumore non si fece aspettare a lungo, tornò ai primi di aprile di quest’anno, mentre spalava la neve a casa di sua madre. Sentì un dolore fortissimo, come se stesse per uscirgli qualcosa dalla schiena.

Hodgkin’s era tornato, in una vertebra in mezzo alla schiena e nel rivestimento della colonna spinale. Il 17 maggio di quest’anno, la Food and Drug Administration ha approvato il nivolumab per i pazienti con linfoma di Hodgkin in casi come Jason, in cui il tumore è recidivo o è progredito dopo un trapianto.
Il 1 giugno, i risultati dell’ultima lastra mostrarono che non c’era più traccia del tumore, ma Jason era ancora in ospedale, immobile. Venti giorni dopo il dottor Brunvand disse: “Jason sta improvvisamente peggiorando”.

Era in ospedale da più di 70 giorni, improvvisamente non parlava più e gli occhi erano chiusi la maggior parte del tempo. Il medico non riusciva a trovare nulla nel cervello o nel sangue, decidendo, in ultima analisi, che fosse encefalopatia, ovvero che il suo cervello si fosse temporaneamente spento per eliminare le tossine. Troppe medicine per troppi anni. Il 4 luglio, però, Beth era seduta accanto a lui, quando Jason aprì improvvisamente gli occhi. “Si è svegliato!” scrisse a un amico. E Jason mangiò voracemente zuppa e salsa di mele mentre guardava la partita dei Colorado Rockies.

Dopo un paio di giorni, il dottore gli disse che la schiena stava guarendo e che pensavano di dimetterlo in poche settimane. Il 7 luglio, Jason inviò un sms: “Sto meglio e sto cercando di tornare”.


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