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Cancro, La Cura di Salvatore Iaconesi: “Così sono guarito”

ROMA – Cancro al cervello, Salvatore Iaconesi racconta: “Sono guarito dal tumore mettendo La Cura su internet”. Iaconesi, ingegnere robotico e hacker, oltre che artista e designer, ha raccontato la propria storia di malattia e rinascita iniziata nel 2012 a Lucia Esposito del quotidiano Libero. Lo ha fatto creando un sito in cui metteva online le proprie cartelle cliniche.

In questo modo, spiega Iaconesi a Libero,

“I dati della mia cartella clinica diventano la metafora di questo cambiamento: rendendoli pubblici mi riapproprio della possibilità di guardarli e di aprirli alla società ponendo la domanda: “Come mi potete curare?”. “La Cura” non è mai stata la ricerca di una qualche forma di cura miracolosa per il cancro. Piuttosto, invece, è stato – ed è tuttora – l’ espressione della necessità di cambiare il significato della parola “cura”. La ricerca di una cura che, come il cancro, sia complessa, interconnessa, capace di far interagire e dialogare discipline, pratiche e metodi differenti tra loro. E per poterle poi confrontare, sperimentare e per poter agire su piani diversi attraverso le scienze, la società, le tecnologie. E infine per trovare il modo in cui tutti possano avere un ruolo nella cura, ognuno con le proprie differenze e il proprio valore”.

Dopo la creazione del sito La Cura, Iaconesi viene contattato da un milione di utenti:

Arrivano migliaia di mail da tutto il mondo, dall’America alla Russia è un continuo flusso. Sono inondato di consigli su come curarmi, su cosa mangiare, nascono poesie, opere d’ arte, articoli di giornale, c’è chi mi manda soluzioni di accompagnamento spirituale e chi mi suggerisce tecniche di respirazione. La cosa pazzesca è proprio la diversità delle reazioni.
Ognuno ha cercato di darmi qualcosa a suo modo”.

Tra loro anche truffatori, ovviamente:

“Certo, c’ è chi ha cercato di vendermi medicinali, mi sono arrivati messaggi di ciarlatani ma decisamente pochi rispetto alle centinaia di migliaia di persone che hanno voluto condividere con me questo momento. Malati ma anche oncologi, medici, neurochirurghi, tanta gente comune che aveva vissuto o stava vivendo un’ esperienza come la mia, e che mi contattavano per i motivi più diversi. Lo scopo era di comprendere a fondo quell’ingenuità di credere che ci si ammali da solo e che, di conseguenza, ci si possa curare da soli o in un solo modo”.

Il suo concetto della malattia che non riguarda solo il malato è chiaro:

“Se mi ammalo io si ammalano la mia famiglia e i miei amici, ma anche il mio datore di lavoro perché non vado più in ufficio, si ammala il negoziante sotto casa dove andavo a fare la spesa e dove non vado più. La malattia appartiene a tutti”.

 

Oriana Persico, moglie di Salvatore, ha spiegato a Libero come la malattia sia diventata anche un’opportunità per la coppia.

“La nostra vita ha acquisito profondità. Queste esperienze possono separare, ma noi grazie a La Cura siamo riusciti a costruire un processo di trasformazione della malattia in qualcos’altro. Le faccio un esempio: sono pazza della cicatrice di Salvatore sulla testa. Perché mi ricorda che Glio (così Oriana ha battezzato il tumore, ndr) è esistito. La vita va avanti. Sei mesi alla volta, per adesso. Ogni sei mesi i controlli ci diranno se Salvatore è libero dal cancro o se qualcosa sta di nuovo crescendo nel suo corpo. Hai la percezione che tutto possa finire, improvvisamente. Sembra una cosa orribile ma non lo è. Inizi ad attribuire un enorme valore al tempo. Capisci l’importanza di dedicare tempo alle cose che vuoi realmente fare e a far scivolare via le altre. Diventi più consapevole e anche più intollerante verso le cose e le persone che non ami, quelle che senti che ti stanno facendo sprecare i tuoi preziosi sei mesi. Ti importa sul serio dei tuoi sei mesi perché sai che potrebbero essere gli ultimi”.

 

 


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