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Carne clonata, la mangiamo? Il boom negli animali da riproduzione

ROMA – Stiamo mangiando carne clonata? Gli scienziati affermano che può essere più comune di quanto si creda. A vent’anni dalla nascita della pecora Dolly, in Scozia, che rappresentò il primo esperimento di clonazione su un mammifero, i consumatori potrebbero chiedersi se bevono il latte o mangiano la carne di animali “riprodotti con lo stampino” o la loro progenie.

La risposta più semplice è “probabilmente”. Ma gli esperti annunciano che non c’è modo di saperlo con certezza. Questo è il caso anche dell’Europa, che ha detto sì al divieto totale della clonazione di animali da allevameno, della loro progenie e dei prodotti derivati, più che in qualsiasi altro paese del mondo.

Ad eccezione del montone sacrificato da Abramo, come si legge nell’episodio della Bibbia, Dolly è una delle pecore più famose al mondo. La sua nascita, in un laboratorio di Edimburgo, il 5 luglio 1996, fu su tutte le prime pagine dei giornali, provocò clamore, pubblicità e preoccupazione in uguale misura. Ma la clonazione, in gran parte, si è rivelata una strada senza uscita.

C’è un settore, tuttavia, in cui l’eredità di Dolly è ancora vivo e vegeto: gli animali da riproduzione. Il settore privato di questa nicchia di mercato, si è sviluppato in modo aggressivo ed è dipeso in gran parte dalle normative nazionali o regionali, con grandi differenze tra Stati Uniti, Cina ed Unione Europea.

L’effetto più drammatico della clonazione di Dolly, è stato sulla clonazione di animali negli Stati Uniti”, ha detto il prof. Aaron Levine, esperto di bioetica e clonazione del Ge Tech. Nel 2008, la Food and Drug Administration ha concluso che “mangiare carni di colni di bovini, suini e capra, è sicuro come alimentarsi di qualsiasi altro bestiame”. Nemmeno gli scienziato possono distinguere un clone da un animale allevato in modo convenzionale, ha affermato l’agenzia di regolamentazione.

Non ci sono disposizioni sull’etichetta della carne o del latte di un animale clonato o della sua prole, indipendentemente dal fatto che sia venduto nel mercato interno o estero. Per l’industria, l’obiettivo non è mai stato quello di impostare la produzione a catena di montaggio. La clonazione è difficile e costosa, più di 10.000 euro per ogni unità e, con pochi cloni che sopravvivono alla nascita, c’è un basso tasso di possibile successo.

Così l’attenzione, invece, è sulla copie di esemplari in circolazione in modo che possano naturalmente produrre una progenie eccezionale. “Negli Stati Uniti è abbastanza diffusa la clonazione per gli animali da riproduzione”, afferma Levine. “Quelli clonati non sono destinati al consumo alimentare ma ho il sospetto che alcuni lo siano”.

Negli Stati Uniti, tra i leader di clonazione del bestiame c’è Cyagra, con sede a Elizabethtown, in Pennsylvania, e Viagen, ad Austin, in Texas. Almeno una società, Viagen, fornisce anche servizi per il clone di gatti e cani domestici. Le aziende americane, in genere all’anno producono centinaia o poche migliaia di cloni.

In Cina, il Boyalife Group, un’industria che produce cellule staminali e che si occupa anche di medicina rigenerativa, ha un nuovo stabilimento per la clonazione nella città di Tiajin e punta quest’anno a una produzione di 100.000 mucche, con l’obbiettivo di arrivare fino a 1 milione entro il 2020.

In cantiere ci sono anche cavalli da corsa purosangue, animali domestici e cani poliziotto specializzati nella ricerca e addestrati ad annusare. Boyalife afferma che sta lavorando con Sooam, partner della Corea del Sud e la Chinese Academy Science, per migliorare la tecnologia di clonazione, produrre migliori animali da laboratorio, ossia rafforzare la loro resistenza, per la ricerca sulle malattie dell’uomo.

E a dicembre, lo scienziato di punta di Boyalife, Xu Xiaochun, ha affermato di non rifuggire dalla clonazione umana, se permesso dai regolamenti. L’Unione Europea, di contro, di fronte a un’opinione pubblica fortemente avversa alla clonazione, non consente alcuna pratica nel settore zootecnico.

Alcuni funzionari, tuttavia, riconoscono che la carne o il latte derivati ​​da mucche con un “antenato” clonato potrebbero essere stati immessi sul mercato della UE, direttamente o importati. “Senza saperlo, gli europei probabilmente mangiano la carne dei discendenti di cloni”, ha detto Pauline Constant, portavoce per l’Ufficio europeo delle associazioni dei consumatori, con sede a Bruxelles.

Ma i funzionari affermano di non essere preoccupati sull’eventuale impatto che potrebbe avere rispetto alla salute dell’uomo”. Nel settembre 2015, il parlamento europeo ha proposto di vietare la riproduzione di animali clonati e sui prodotti da questi derivati. La decisione finale spetta alla Commissione europea, che ha preso una posizione meno intransigente.


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