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YOUTUBE Dalle pinne dei pesci alle dita umane. Ecco come

CHICAGO – L’ università di Chicago ha recentemente pubblicato uno studio in grado di “mostrare chiari collegamenti molecolari” tra le pinne dei pesci e le dita umane. Per lungo tempo gli esperti si sono interrogati su come i nostri antenati, inizialmente polidattili, ovvero con più di cinque dita, ne avessero mantenute solamente cinque; alcuni ricercatori, però, hanno scoperto che questo cambiamento morfologico non accadde con l’aggiunta di nuovi geni, ma da una mutazione emersa al loro interno.

Hanno così scoperto che pinne e mani hanno gli stessi due geni, l’hoxa11 e l’hoxa 13 e, anche se interessante, un team di esperti dell’università di Montreal ha voluto sottolineare che la transizione non è stata compiuta in una notte.

Al fine di comprenderne il significato, riporta il Daily Mail, il team di ricercatori ha fatto crescere sette dita sulle zampe di alcuni topi e ha così scoperto che la regolazione del gene hoxa 11 è la stessa per topi e pesci.

“Lo studio suggerisce che questo importante cambiamento morfologico non si è verificato attraverso l’acquisizione di nuovi geni, ma semplicemente modificando le loro attività”, ha detto la dott.ssa Marie Kmita, dell’università di Montreal.

Questo studio, inoltre, rivela che le malformazioni durante lo sviluppo fetale non sono solo dovute a mutazioni nei geni e possono provenire da mutazioni in sequenze di DNA, conosciute come sequenze regolatrici. “Allo stato attuale, i vincoli tecnici non consentono di identificare questo tipo di mutazione direttamente nei pazienti, da qui nasce l’importanza della ricerca di base utilizzando modelli animali”, ha detto Kmita. Fortunatamente, gli scienziati attualmente hanno accesso a strumenti biologici di alta tecnologia e sono in grado di scoprire altre similarità che una volta erano trascurate, riporta il New York Times.

“Per anni, gli scienziati hanno pensato che non esistesse un collegamento fra mani e pinne, dal momento che una è costituita da ossa e un’altra da solo tessuto connettivo. Questo studio, però, cambia completamente la nostra visione, portandoci a revisionare moltissime cose”, ha spiegato Neil Shubin, autore dello studio e professore dell’ università di Chicago.


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