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Alieni, 15 segnali? Non facciamoci sentire, se ci scoprono ci fanno fare la fine dei batteri

Alieni, 15 segnali? Non facciamoci sentire, ci fanno fare la fine dei batteri

Alieni, 15 segnali? Non facciamoci sentire, ci fanno fare la fine dei batteri (foto d’archivio Ansa)

ROMA – Alieni, 15 segnali? Non facciamoci sentire, se ci scoprono ci fanno fare la fine dei batteri.

Gli alieni esistono, o quasi. Oltre alla matematica e ad una semplice considerazione statistica a supporto di questa tesi arrivano i 15 segnali radio captati dal team di Stephen Hawking, il genio dell’astrofisica che occupa a Cambridge la cattedra che fu di Isaac Newton. Segnali definiti interessanti, anche se arrivano da una galassia distante 3 miliardi di anni luce da noi. Ma questa non è necessariamente una buona notizia e anzi dobbiamo augurarci di non incontrarli mai, perché faremmo la fine dei batteri o degli indiani d’America. “Come il babbo…”, ripeteva il Vitellozzo di ‘Non ci resta che piangere’ a chi gli chiedeva come sarebbe stata la sua fine. E parafrasando la sua battuta noi potremmo dire di noi stessi ‘Come gli indios…’.

Se infatti avessimo la ventura di incontrare una civiltà aliena noi umani andremmo incontro ad un destino simile a quello delle popolazioni precolombiane, sostanzialmente sterminate dall’arrivo degli europei. Niente guerre dei mondi o attacchi con astronavi futuristiche. Ma gli alieni “avrebbero per noi lo stesso interesse che noi abbiamo per i batteri, e se ci andasse bene ci tratterebbero come Cristoforo Colombo trattò gli indigeni che incontrò nel nuovo mondo”. E’ l’allarme, o l’amara considerazione formulata dal celebre astrofisico. Una civiltà in grado di viaggiare nel cosmo, venendo in contatto con la nostra inevitabilmente primitiva per i loro standard, non darebbe vita ad un incontro felice. Non ci sarebbe scambi tecnologia e incredibili passi avanti per l’umanità.

Molto più prosaicamente e semplicemente appariremmo e susciteremmo lo stesso interesse che per noi hanno le forme di vita primitive, quelle da cui si è evoluta la vita più complessa sino alla nostra. Noi studiamo i batteri, gli organismi monocellulari per capire come siamo nati e, è verosimile, altrettanto farebbe una civiltà aliena per capire di più sul nostro piccolo pianeta e sulla vita in generale. Il brutto è che anche gli studiosi più eticamente ineccepibili di solito non hanno grossi riguardi nei confronti del microrganismi che studiano e che esauriscono la loro esperienza biologica all’interno di un laboratorio. Se poi godessimo di una considerazione leggermente più alta, il nostro destino dopo un’incontro con una razza aliena non sarebbe comunque più felice.

Gli europei del ‘500 stavano alle popolazioni americane più o meno come starebbero dei visitatori interplanetari a noi. E come gli indigeni americani che non sono stati uccisi dalla mirabile tecnologia in arrivo dalla Vecchia Europa sono morti per il contatto con virus e malattie a loro sconosciute, è altrettanto probabile che anche a noi toccherebbe la stessa sorte. E per nulla rassicura il pensiero che gli eventuali vicini cosmici possano possedere le cure per le loro malattie, perché sarebbero cure per loro e non per noi. Meglio dunque non incontrare mai una civiltà aliena, o almeno sino a quando non saremmo noi in grado di andare a far loro visita. E meglio anche, alla luce di questa considerazione, che i segnali ‘ascoltati’ dagli osservatori di mezzo mondo provengano da una fonte lontanissima. I segnali radio viaggiano infatti alla velocità della luce, e quelli appena captati sono stati quindi emessi 3 miliardi di anni fa, quando la Terra aveva 2 miliardi di anni e ospitava solo forme di vita unicellulari. Se un alieno li ha inviati è morto da un pezzo e, se invieremo una risposta, la nostra civiltà sarà ridotta in polvere quando verrà recapitata.

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