Scienza e Tecnologia

Alieni succhiano energia dalla loro stella? Il mistero dalla costellazione del Cigno

Alieni succhiano energia dalla loro stella? Il mistero dalla costellazione del Cigno

Alieni succhiano energia dalla loro stella? Il mistero dalla costellazione del Cigno

ROMA – Gli alieni stanno succhiando energia dalla loro stella nella costellazione del Cigno? Questa la domanda che si pongono gli astronomi studiando la stella KIC 8462852 che mostra una sospetta quanto misteriosa oscillazione di luminosità. Una diminuzione che fa pensare alla teoria del fisico teorico Freemand Dyson, secondo cui una civiltà aliena avanzata prima o poi vivrà una crisi energetica tale da dover succhiare energia dalla sua stella per poter sopravvivere.

Piero Bianucci su La Stampa spiega che la stella con il suo comportamento ha attirato l’attenzione del programma Seti, il programma internazionale di ricerca di vita e segnali alieni nell’universo, e anche la curiosità di astronomi e astrofisici, tanto che le sue future osservazioni saranno affidate al potentissimo telescopio spaziale James Webb che sarà lanciato dalla Nasa nel 2018. Intanto però la stella sembra trovarsi proprio in una sfera di Dyson, una tecnologia che sembra succhiarne l’energia:

“KIC 8462852 mostra variazioni di luminosità capricciose ma sempre al ribasso, come se gli abitanti di un suo pianeta stessero costruendole intorno una “sfera di Dyson”. La luce che ci arriva diminuisce dello 0,34 per cento all’anno, nei quattro anni di osservazioni di “Kepler” ha perso il 2-3 per cento e nell’ultimo secolo il 19%.

Della “stella di Dyson” si è occupato nel 2015 e nel 2016 l’autorevole “Astrophysical Journal” e ora gli astronomi sono in attesa spasmodica di nuovi dati. Così una stella anonima di magnitudine 12, a 1480 anni luce da noi nella costellazione del Cigno, un po’ più grande e massiccia del Sole ma meno brillante, di colore bianco-giallo, è diventata famosa. I ricercatori del programma SETI, Search for Extra Terrestrial Intelligence, la stanno studiando amorevolmente. Nei dintorni c’è una stella nana rossa: il pianeta sede della civiltà che sta realizzando la “sfera di Dyson” potrebbe anche essere suo”.

L’idea di poter scoprire gli alieni entusiasma scienziati e non e c’è anche chi ipotizza come questi extraterrestri possano apparirci:

“Anil Seth, docente di neuroscienze cognitive alla University of Sussex, pensa che gli extraterrestri potrebbero somigliare a polpi come l’Octopus vulgaris: basterebbero alcuni passi nel giusto verso dell’evoluzione e questo mollusco cefalopode potrebbe diventare un alieno geniale”.

Ma la verità, sottolinea Bianucci, è che ancora non sappiamo come sia nata la vita sulla Terra e questo limita di molto le previsioni sulla nascita della vita extraterrestre:

“Rimane il fatto imbarazzante che ancora non sappiamo come sia comparsa la vita sulla Terra, figuriamoci su altri pianeti. Una nuova linea di ricerca punta sulla meccanica quantistica: la vita è chimica, ma sotto la chimica c’è la fisica e il livello più profondo della fisica è quantizzato. E’ così che dobbiamo rivisitare la vecchia idea del “brodo primordiale” sostiene Johnjoe McFadden, professore di genetica molecolare alla University of Surrey. LUCA, che non è l’evangelista ma la sigla di Last Universal Common Ancestor, ultimo antenato universale comune, sarebbe uscito da un tiepido bagno quantico, levatrice l’indeterminazione del principio di Heisenberg.

La sfida più importante lanciata dalla ricerca di esseri extraterrestri è alla nostra fantasia. Dobbia sforzarci di non essere provinciali nel concepire la vita e domandarci prima di tutto che cosa stiamo veramente cercando. Molti pensano che sia un errore andare a caccia di qualcosa di “vivente” nel senso tradizionale: la vita biologica è fragile, una vita biologica evoluta dovrebbe dare origine a macchine autoriproducentesi, e sono queste macchine che dovremmo immaginare come nostri interlocutori. Altri ancora pensano che una vita evoluta non abbia interesse alla comunicazione con altre creature, o che saggiamente non voglia entrare in contatto per evitare di disturbarne la nicchia ecologica”.

La ricerca intanto continua e il nuovo passo in questo senso è “l’equazione di Seager”, dall’astrofisica e planetologa del Mit Sara Seager, che è stata inserita dal Time nella lista delle 25 persone più influenti nelle scienze dello spazio, scrive Bianucci:

“Per non cercare a caso – ragiona la Seager – sarebbe utile stimare il numero di pianeti con segni di vita rilevabili nella loro atmosfera sotto forma di gas di origine certamente biologica con i futuri telescopi orbitanti “James Webb” (JWST) e “TESS”.

Al termine di calcoli minuziosi, nel saggio scritto per il libro “Alieni” Sara Seager conclude: “il numero di pianeti in possesso di segni rilevabili della vita è: N = 4 x 0,5 x 0,5 = 1. Il TESS e il JWST potrebbero consentirci di rilevare la presenza di ‘una’ forma di vita, quella presente nel nostro minuscolo angolino della Via Lattea. E’ il mio modo per dire che dovremmo essere molto fortunati per osservare delle biofirme sotto forma di gas nel decennio a venire.” Purché quella unica forma di vita calcolata da Sara Seager non sia quella che già conosciamo fin troppo bene”.

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