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Viaggio verso Marte, perché gli astronauti rischiano di diventare ciechi?

ROMA – Il viaggio per raggiungere Marte potrebbe rendere gli astronauti ciechi. Al ritorno sulla Terra dopo le missioni spaziali prolungate in orbita i due terzi degli astronauti soffrono di visione offuscata. A causare i problemi alla vista dopo un lungo viaggio in microgravità è il cambiamento dei fluidi all’interno del cervello, con delle differenze di pressione che causano non solo la sporgenza dei bulbi dalle cavità oculari ma anche problemi di visione.

Nell’ultimo decennio sono molti gli astronauti che una volta rientrati dopo un periodo speso in assenza di gravità hanno sofferto di problemi alla vista, compreso l’astronauta Scott Kelly della Nasa. I ricercatori ora hanno individuato, proprio grazie allo studio sugli “ospiti” della Stazione Spaziale Internazionale Iss, le cause dei bizzarri problemi registrati agli occhi. Problemi che, spiega il Daily Mail, vanno tenuti in seria considerazione per lunghi viaggi come quello verso il pianeta rosso.

Gli scienziati hanno analizzato le immagini di risonanza magnetica (Mri) del cervello degli astronauti prima e dopo i voli spaziali, comparando quello di chi ha preso parte a lunghe missioni a bordo della Iss con quello degli astronauti che hanno viaggiato sugli shuttle. I risultati hanno evidenziato come una variazione di volume dei fluidi che si trovano all’esterno del cervello, nel midollo spinale e nella struttura oculare.

Proprio queste variazioni di fluido sono la causa della sindrome da deficit visivo della pressione intracranica (Viip), che causa l’offuscamento della vista e le problematiche di visione agli astronauti al ritorno sulla Terra. Noam Alperin, autore dello studio e professore di radiologia e ingegneria biomedica alla University of Miami Miller School of Medicine, ha spiegato:

“Inizialmente non capivamo di cosa si trattasse e a partire dal 2010 il problema è diventato evidente, tanto che alcuni astronauti riportavano severi cambiamenti strutturali non del tutto reversibili una volta tornati sulla Terra”.

In un primo momento i ricercatori imputavano il problema alla circolazione sanguigna, che in stato di microgravità porta ad un cambiamento di vascolarizzazione. I recenti esperimenti invece individuano nel fluido cerebrospinale il responsabile di queste patologie. Questo fluido si occupa di far circolare i nutrienti tra il cervello e la colonna spinale e di rimuovere i materiali di scarto ed è responsabile della compensazione degli sbalzi di pressione, anche molto piccoli, come quando ad esempio si passa da una posizione seduta ad una in piedi. Alperin ha spiegato:

“Sulla Terra il sistema Cfs funziona per compensare le variazioni di pressione, ma nello spazio si confonde a causa della mancanza di gravità”.

L’astronauta Kelly ha sofferto di problemi alla vista durante la missione del 1999 e nel 2007 è stato costretto a portare occhiali di lettura durante la missione. Anche tra il 2010 e il 2011 ha riportati questo tipo di problemi, che si sono poi risolti dopo tre mesi al rientro sulla Terra.

Lo studio dunque ha permesso di identificare il meccanismo che provoca danni alla vista degli astronauti e rappresenta un primo passo nella prevenzione di danni permanenti agli occhi in caso di lunghi viaggi spaziali, come ad esempio il viaggio verso Marte. Un risultato che è vitale per comprendere come la microgravità affligge la vista e il nervo oculare e pone le basi alla prevenzione della saluti dei futuri colonizzatori spaziali.

 


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