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Vita nello spazio: ecco perché le missioni aumentano le possibilità di morte degli astronauti

ROMA – Le condizioni di vita nello spazio, come è noto, possono devastare il corpo umano e la pianificazione di missioni nel cosmo, ancora più rigorose, non fanno che aumentare le probabilità di morte di un austronauta. Alcuni scienziati, hanno affermato che non è da escludere la possibilità che un cadavere “errabondo” nello spazio, possa fornire ad un altro pianeta la scintilla che dà origine alla vita.

Le condizioni dovrebbero essere davvero “ideali” e se un corpo riuscisse ad evitare l’incenerimento in atmosfera e ad atterrare su un mondo lontano, potrebbe trasportare dei microbi in grado di scatenare la scintilla della vita.

Grazie ad un insieme di circostanze, i microbi trasportati da un cadavere umano potrebbero essere in grado di sopravvivere nell’ambiente spaziale, soprattutto su una superficie come Marte, come ha spiegato il biologo Gary King in un’intervista all’Astronomy Magazine.

Il ricercatore, che studia la vita microbica in ambienti estremi, afferma che che questi organismi sono già noti per vivere in condizioni spaziali molto difficili. “Soprattutto se il viaggio è vicino, ad esempio Marte, le spore batteriche presenti nel corpo umano non avranno problemi a sopravvivere”.

Il corpo dovrebbe essere incassato in un veicolo spaziale o qualcosa di simile affinché i microbi riescano a sopravvivere il passaggio nell’atmosfera e, per consentire che si diffondano dopo l’atterraggio, la navicella dovrebbe essere rotta. Insieme a tutto ciò, avrebbero bisogno di essere conservati a temperature che superano il congelamento. I microbi sopravvivrebbero meglio nel sistema solare, dal momento che più tempo passa a fluttuare nello spazio, più i resti mortali sono esposti alle radiazioni cosmiche. Viaggiare in un altro sistema, come Proxima Centauri, potrebbe limitare di molto la sopravvivenza, con mutazioni del DNA e RNA causate dalle radiazioni.

Anche se tutti i microbi dovessero venire uccisi, non appena il corpo umano si ritrova lanciato nello spazio, gli scienziati affermano che la situazione potrebbe portare a nuove forme di vita. Se il corpo esanime atterra su un pianeta che ospita già alcune molecole fondamentali, come blocchi di costruzione del DNA trifosfati, potrebbe innescare la vita. “Le molecole rilasciate dall’ astronauta in decomposizione potrebbero potenzialmente fornire la spinta per una nuova origine (della vita), se le condizioni ambientali fossero quasi perfette” ha spiegato Jack Szostack, genetista vincitore del Nobel presso la Harvard medical School.