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Galateo 10 regole di buona educazione a tavola in strada e..

ROMA – Lo sapevate che la forchetta fu a lungo considerata una stravaganza da italianofili nelle corti europee? In Italia le forchette iniziarono a comparire con una certa frequenza sulle tavole solo a partire dal ‘300, soprattutto a corte e nelle classi più abbienti.

Prima erano considerate addirittura un peccato. Poi in epoca moderna si diffusero, lentamente, in altri Paesi del Vecchio Continente, come la Francia, dove vennero introdotte per la prima volta da Caterina de’ Medici. Era la prima metà del Cinquecento, proprio mentre in patria un suo corregionale redigeva un breve trattato, passato alla storia come la Bibbia del Bon ton, senza mai menzionare la raffinata posata. Stiamo parlando del celebre libretto intitolato Galateo ovvero de’ costumi, che ci ha lasciato Monsignor Giovanni della Casa.

Della Casa lo scrisse attorno alla metà del Cinquecento per l’amico Galeazzo Florimone, fine umanista e vescovo di Sessa Aurunca, al quale dobbiamo il sostantivo divenuto oggi sinonimo di buone maniere. Galatheus altro non è che la forma latina del nome del destinatario, cioè Galeazzo. Ma era rivolto a tutti i nobiluomini che si affacciavano in società. Era ed è un manuale, una guida, un prontuario di regole da tenere sempre a mente quando ci si relaziona con gli altri.

Come vestirsi? Come comportarsi? In pubblico o a tavola. Quali argomenti di conversazione affrontare e quali tralasciare? Sono tutte domande le cui risposte variano a seconda dei tempi e delle circostanze. Ma in un’epoca in cui il bon ton sembra essere finito definitivamente in soffitta e la maleducazione è divenuta un vizio endemico, è forse utile tornare alle origini. A quel breve trattato che, cinque secoli orsono, diede ordine e sistematicità alle regole del vivere civile.

Regole che oggi possono risultare per lo più obsolete, talvolta innaturali e persino maschiliste, ma che hanno contribuito a stabilire quel minimo comune denominatore che è il nostro senso civico. Tanto che in alcuni Paesi del Nord Europa le norme di buon comportamento sono ancora oggi materia di insegnamento fin dai primi anni di scuola.

In Italia invece ce ne stiamo via via sbarazzando, fino a fare del suo opposto, il malcostume, uno stile nazionale. Basta fare un po’ di zapping in tv o farsi un giro in rete per guardare l’arroganza affermarsi sovrana. Non siamo i soli, ma non è certo una scusante. I posti in cui siamo campioni di cattive maniere sono innumerevoli: per la strada, in una qualsiasi fila ad un qualsiasi sportello, al bar, nei negozi, nei ristoranti, sui mezzi pubblici. E cosa ancor più grave: in Parlamento, dove quotidianamente si mortifica, oltre alla lingua italiana, il pubblico senso del decoro.

Per non parlare poi degli italiani all’estero. Il turista italiano è quello che per antonomasia sa sempre come “farsi riconoscere”. Tanto da diventare materiale cinematografico di impietose macchiette che certo non ci fanno onore. Magari si tratta delle stesse persone che pretendono dagli immigrati una condotta impeccabile, che sia uniforme al nostro stile di vita. Come se il rispetto fosse un privilegio a senso unico da riscuotere solo a casa propria.

Ma è proprio questo il punto. Osservare il galateo oggi significa seguire regole e convenzioni sociali che servono a riconoscere che l’altro da sé esiste, che ha pari dignità rispetto a noi. Ripartiamo allora dal galateo: che non è affatto un orpello per i ricchi, ma la base della convivenza civile, il rispetto per gli altri tradotto in comportamento.

Nel suo libro Monsignor della Casa veste i panni “d’un vecchio idiota ammaestrante un suo giovinetto” – così precisa il sottotitolo – vale a dire un vecchio illetterato che dà consigli di buona creanza ad un giovane allievo. Una sorta di dialogo platonico in cui Della Casa condensa la sua esperienza di diplomatico e di vita cortigiana accumulata negli anni al servizio come nunzio pontificio a Venezia e Segretario di Stato durante il pontificato di Papa Paolo III. I consigli e i precetti non sono organizzati per temi ma esposti a cascata, come in un elenco provvisorio e sempre aperto.

L’anziano maestro espone norme sul modo di vestirsi, elenca tutti i gesti e le cose spiacevoli da evitare; mette in guardia il suo allievo dai comportamenti che possono apparire sprezzanti, riprova lo scherno, la beffa, la parola che morde e offende; suggerisce i vocaboli da usare e quelli da evitare. Insomma non tralascia alcun aspetto del vivere sociale. Biasimando ogni eccesso Della Casa si rifà agli ideali umanistici della misura e della cortesia. In questo senso l’intera opera incarna il culto della proporzione che fu proprio del Rinascimento.

Di seguito elenchiamo una summa di consigli del Galateo sui quali vale la pena soffermarsi:

1) COSE LAIDE DA NON FARE O NOMINARE – La prima parte del Galateo potrebbe intitolarsi “Come non recare dispiacere agli altri”. Scrive Monsignor Della Casa che “le azioni si devono fare non a proprio arbitrio, ma per il piacere di coloro coi quali si è in compagnia”. E dunque vanno evitate tutte quelle azioni contrarie all’appetito, sgradevoli, “che lo ‘ntelletto have a schifo”. Non si fanno e neppure si dicono. Ne rammentiamo alcune: non digrignare i denti, fischiettare, stridere materiali fastidiosi. Non tossire o starnutire fragorosamente. E’ maleducato lo sbadiglio che somigiia al raglio di un asino. Non emettere versi strani. Non soffiarsi il naso con strepito e guardar nel fazzoletto. Non si sputa, non si annusano vino e vivande. E così via.

2) BUONE MANIERE A TAVOLA – Un vecchio adagio recita che “a tavola e al tavolino si riconosce il signore e il signorino”. Da sempre la tavola è il luogo di incontro, di comunione, del faccia a faccia, dello scambio e pure di festa. Motivo per cui il luogo in cui il galateo trova miglior modo di applicare le sue regole è appunto la tavola. Monsignor Della Casa è particolarmente attento a questo terreno di raccolta, prescrivendo regole assai precise e dettagliate. Va da sé che oggi nessuno si sognerebbe mai sfoggiare in famiglia l’intero servizio di piatti e bicchieri ma è bene tenersi allenati per eventuali cene formali alle quali potremmo essere invitati.

L’inizio del pasto avviene in silenzio e con disinvoltura, seguendo il padrone o la padrona di casa. Il tovagliolo va posato sulle ginocchia e utilizzato ogni volta che se ne avverte la necessità; obbligatoriamente prima di ogni sorso per non lasciare disgustosi aloni sul bicchiere. Non abbuffarsi, non ungersi le dita così da imbrattare il tovagliolo. Non tenere le mani lì dove non batte il sole né in grembo. Vanno tenute in bella vista sopra al tavolo. Ma attenzione a non poggiare i gomiti: vanno tenuti sempre bassi così da posare sul tavolo solo gli avambracci. Quando si conversa tra commensali è bene non parlare troppo vicini così da evitare di alitargli in faccia. Quanto alle posate, niente panico: saranno già disposte secondo l’ordine delle portate dall’esterno verso il piatto. Si raccomanda l’uso della forchetta, sebbene monsignor della Casa non ne sia particolarmente avvezzo.

3) COMPORTAMENTI DA TENERE IN COMPAGNIA – Vietato addormentarsi in pubblico perché è indice di noia. All’opposto ci sono poi gli irrequieti, quelli che si dimenano, si contorcono, si stiracchiano: il messaggio che stanno comunicando è che vorrebbero essere da tutt’altra parte. Monsignor Dalla Casa ci mette in guardia anche da usanze che oggi nessuno si sognerebbe di mettere in pratica: come tirare fuori le forbicine e tagliarsi le unghie nel bel mezzo del salotto. Non sgomitare o dare pizzicotti a chi ci sta accanto.

4) BON TON DELL’ABBIGLIAMENTO – “Se tutta la tua città averà tonduti i capelli, non si vuol portar la zazzera, o, dove gli altri cittadini siano con la barba, tagliarlati tu dovrai”. Il principio generale prescritto da Monsignor Dalla Casa è quello di adattarsi alle usanze degli altri nel modo di vestirsi, tagliarsi i capelli e la barba, “ché noi non abbiamo potere di mutar le usanze a nostro senno, ma il tempo le crea, e consumale altresì il tempo”. Significherebbe contraddire gli altri rendendoci odiosi ai loro occhi. La raccomandazione è di senso pratico: al giorno d’oggi mal giudichiamo, ad esempio, le donne che si ostinano a portare il velo in Occidente e viceversa. Ma è plausibile considerare tale indicazione ormai obsoleta in nome di un più alto senso della tolleranza e della libertà di espressione.

5) CONTRO I BUGIARDI E COLORO CHE SI VANTANO – Ci sono quelli che mentono per il puro gusto di mentire come chi beve, non per dissetarsi, ma per gola. E quelli che mentono per vantarsi. Alcuni non solo a parole ma anche a fatti: “Hanno d’intorno al collo tante collane d’oro e tante anella in dito e tanti fermagli in capo”. L’invito di Monsignor della Casa è alla sobrietà: è cattivo gusto ostentare sia a parole che negli ornamenti.

7) CONTRO LE CERIMONIE PER TORNACONTO – Le “cirimonie”, dice monsignor della Casa, “poco si scostano dalle bugie e da’ sogni, per la loro vanità” perché “le cirimonie si fanno o per utile o per vanità o per debito; et ogni bugia che si dice per utilità propria è fraude e peccato e disonesta cosa”. Altra cosa poi sono i convenevoli che l’etichetta istituzionale prescrive. Per quelli, secondo l’autore, “prima si dee aver risguardo al paese dove l’uom vive, percioché quello che s’usa per li Napoletani, la città de’ quali è abondevole di uomini di gran legnaggio e di baroni d’alto affare, non si confarebbe per aventura né a’ Lucchesi né a’ Fiorentini, i quali per lo più sono mercatanti e semplici gentiluomini”. In pratica vale il principio paese che vai usanze che trovi. Ma in egual modo monsignor Della Casa raccomanda di non abbondare coi convenevoli per non essere accusati di piaggeria.

8) MALDICENZE E CONSIGLI NON RICHIESTI – Guardati da chi sparla male alle spalle degli altri. Perché riserveranno a te lo stesso trattamento. Dice Monsignor Della Casa: “Le persone schifano l’amicizia de’ maldicenti, facendo ragione che quello che essi dicono d’altri a noi, quello dichino di noi ad altri”. Inoltre, gli amabili conversatori devono stare attenti a non pronunciare frasi avversative come “non è così”, “anzi è come ti dico io”, ecc. Le persone si devono sforzare di arrendersi alle opinioni altrui e non fare i saputelli. Altrimenti per costoro Monsignor Della Casa ha già in serbo alcuni temibili soprannomi M(esser) Vinciguerra, o Ser Contraponi, o Ser Tuttesalle, e talora il Dottor Sottile. Vedi chi, come Giuliano Amato, è passato alla storia con tale etichetta.

9) BANDO AGLI SCHERNI – L’argomento è delicato e particolarmente interessante, tanto che meriterebbe un ampio capitolo a parte. Come è noto la satira, storicamente e culturalmente, risponde ad un’esigenza dello spirito umano: l’oscillazione fra sacro e profano. Attraverso la risata, ancor prima che fosse abolita la censura, siamo riusciti a veicolare dubbi, smascherare ipocrisie, attaccare i pregiudizi. Va ricordato che Giovanni Della Casa è la stessa persona che nel 1548 compilò l’Indice dei libri proibiti per il Vaticano. Eppure già nel lontano Cinquecento distingueva tra la beffa e lo scherzo. “Le beffe si fanno per sollazzo e gli scherni per istrazio”. Per monsignor Della Casa lo scherzo è cosa ben più grave perché vuol dire “prendere la vergogna che noi facciamo altrui a diletto senza pro alcuno di noi”. In sintesi, vietato denigrare il prossimo.

10) DEL FAVELLARE – La prima regola del buon conversatore è: non parlare solo per dare aria alla bocca. Meglio non proferir parola se prima non si ha già un’idea di senso compiuto in testa. Poi evitare di darsi un tono discostandosi dal “versificare e dalla pompa dello arringare”. Parlare come veri gentiluomini significa “non favellare di materia né vile, né frivola, né sozza, né abominevole”. In sintesi la raccomandazione è: scegliere le parole di “miglior suono e miglior significato”. Evitare parole sconce e di doppio senso ed esprimersi sempre in modo chiaro e onesto. E, soprattutto, non interrompere gli altri quando parlano. Ma attenzione perché “il soverchio dire reca fastidio, il soverchio tacere odio”.