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Le Università italiane continuano a bandire concorsi per professori ordinari e associati ma circa mille dei posti messi “in palio” rimarranno in realtà vacanti, e i 3500 docenti che risulteranno idonei ai concorsi non verranno assunti. Il fenomeno avviene per due motivi: primo tra tutti, non ci sono i fondi e gli atenei devono fare i conti con i problemi di bilancio. In seconda battuta c’è il problema delle “quote”, sistema introdotto dal primo decreto Gelmini, del novembre 2008.
Il ministro dell’Istruzione, per frenare la passione degli atenei per i concorsi da ordinario e associato, ha introdotto il sistema delle quote: si è stabilito che le Università possono spendere il 50% delle cessazioni per assumere nuovi professori. Ma si è stabilito anche che il 60% delle assunzioni deve riguardare i ricercatori e solo il 10% ordinari e associati.
Risultato, come mette in risalto il Sole24Ore, che solo 11 atenei su 57 sono in regola con entrambe le quote, per gli altri c’è solo la possibilità di bloccare i posti e quindi i concorsi. I casi limite sono quelli di Catanzaro e Roma Tre, dove le quote obbligatorie introdotte per decreto chiudono la strada a oltre il 92% degli aspiranti ordinari e associati. Va meglio ma non splendidamente al politecnico di Milano e di Torino, alla Bicocca di Milano e all’Università di Salerno, dove verranno bloccate otto assunzioni su dieci di professori ordinari e associati.
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