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Atletico Madrid, Leicester: è risorto il catenaccio. E vince

ROMA – C’erano una volta il tiki taka, il pos palla, il risultato che arriva attraverso il gioco e il farne uno in più dell’avversario. Adesso invece c’è il catenaccio. Tutti indietro sul campo… e nel tempo. Una resurrezione vera e propria  visto che il catenaccio, nato non come tutti credono in Italia ma in Svizzera e dai maestri italiani perfezionato, è da sempre tra i modi di mettere una squadra in campo tra i più redditizi.

E ora, disprezzato dagli esteti e dato per sistema di gioco datato, primitivo ed elementare, il catenaccio è tornato. Non in Italia dove Nereo Rocco ci è arrivato secondo con la Triestina e terzo con il Padova o dove Helenio Herrera ci ha collezionato scudetti e Coppe dei Campioni. Il catenaccio è tornato di moda all’estero. In Inghilterra e in Spagna. Eppure nel manico e in quelle linee difensive imperforabili c’è molto di italiano.  Perché è italianissimo quel Claudio Ranieri che (facciamo gli scongiuri) si accinge a compiere quella che è indiscutibilmente la più grande impresa del calcio moderno. Sta per vincere il campionato inglese con il Leicester. Basta fare un momento rewind per capire di che miracolo si tratti: al campionato inglese sono iscritte  Manchester City degli emiri, Manchester United di Van Gaal, Chelsea che fu di Mourinho ed è di Abramovich, Liverpool, Arsenal e Tottenham. Squadre con fatturati che a Leicester se li sognano.

E invece il titolo, salvo imprevisti impensabili, lo porterà a casa Claudio Ranieri da Roma. Uno arrivato là per motivi assolutamente casuali (il precedente allenatore si è dovuto dimettere per uno scandalo che ha travolto il figlio), arrivato alla guida di una squadra che si era salvata all’ultima giornata l’anno prima quando tutti la davano per spacciata. Ranieri non è profeta di calcio offensivo neppure se gli dai in mano l’Olanda del calcio totale. Quando arriva a Leicester gli basta vedere un allenamento per capire che non è proprio il caso di provare a tenere il pallone e fare gioco. E allora la squadra la imposta così. Quattro bloccati dietro, un paio di mediani davanti (uno coi piedi buoni per il lancione da dietro) e davanti tre che corrono veloce.

Ogni volta che vedi la partita del Leicester pensi sempre la stessa cosa: stanno subendo, prima o poi prendono gol. E invece la difesa regge. Poi arriva un lancio da dietro, una corsa di Vardy, Mahrez o Okazaki e il gol lo segnano loro. E se il gol lo fanno è molto difficile rifarglielo.

Molto di italiano c’è anche nell’Atletico Madrid fresco di 1-0 catenacciaro al Bayern Monaco in semifinale di Champions e in corsa per vincere la Liga. Perché Simeone in Italia ha imparato a giocare e ad allenare. Lui a differenza di Ranieri è arrivato in una struttura consolidata e già abituata a fare così. Ha calciatori complessivamente migliori rispetto al suo collega italiano. Ma è da anni che l’Atletico (che ha un fatturato di poco superiore a quello della Roma, per capirci) in Europa se la gioca alla pari con i colossi. E in Spagna spesso regala dispiaceri a Barcellona e Real Madrid. Simeone fa una variante più aggressiva del catenaccio di Ranieri. Aggressiva nel senso che l’Atletico ti picchia. Che tu sia Messi o Migliaccio se giochi contro l’Atletico sai che tornerai nello spogliatoio pieno di lividi. E che difficilmente riuscirai a giocare un pallone tranquillo nemmeno se sei a due metri dal tuo portiere. Perché l’Atletico, a differenza del Leicester che ti aspetta, fa un catenaccio aggressivo. Ti pressa sempre, comunque e ovunque. Qualcuno in radio con formula felice ha detto che “pressa anche i tifosi in tribuna”.

Ma il catenaccio è anche scelta politica. Rivalsa del calcio proletario contro il dominio economico ed estetico dei padroni. Perché, inutile nascondersi dietro un dito, il calcio di oggi è così: ci sono le quattro o cinque grandi che comprano tutti i migliori e quando si presentano in campo ti nascondono il pallone. E allora le squadre operaie (poco importa se piccole come il Leicester o medie come l’Atletico Madrid) si organizzano di conseguenza. Prima che tattica è puro e semplice buon senso: se ho Drinkwater invece di Iniesta non posso mettermi a palleggiare, mi chiudo col chiavistello, ti lascio il pallone e appena ho la possibilità butto la palla avanti sperando che i miei attaccanti siano più veloci e freddi dei tuoi difensori.

Il catenaccio, insomma, è gioco “sporco” come risposta al fair play finanziario nato come qualcosa che doveva riequilibrare le forze in campo e invece ha ampliato la forbice tra i super ricchi e gli altri. Tu ti prendi tutti i migliori? Perfetto, io non ti lascio giocare. Per ora stanno avendo ragione i catenacciari.

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