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Cruyff, il suo Top 11: con Maradona e Pelè anche Guardiola

ROMA – Cruyff, il suo Top 11: con Maradona e Pelè anche Guardiola. Non poteva che chiamarsi “La mia rivoluzione” l’autobiografia di Johann Cruyff, uscita postuma a sei mesi dalla sua scomparsa. Più dei titoli e dei gol – lui che è stato fra i primi quattro o cinque calciatori di ogni epoca – contano nel suo caso il carisma e il genio di un precursore del calcio moderno, di un innovatore, di un romantico innamorato di un calciatori intelligente e consapevole, creativo.

Olanda e Spagna, Ajax e Barcellona, c’è lui dietro l’idea originale di un gioco che dai fasti del calcio totale di inizio anni ’70 dei lancieri e dell’Arancia Meccanica è stata travasata nel codice genetico del Barcellona. Fino al tiki-taka di un maestro, quel Pep Guardiola, erede e simbolo vivente del credo cruyffiano.

E infatti proprio Guardiola, regista geometrico ma nient’affatto un fenomeno (ma Cruyff non ci pensò nemmeno un momento a venderlo come voleva la società) sembra l’unico intruso della Top 11 ideale suggerita dal grande numero 14 nell’autobiografia. Top 11 che con modestia non usuale non comprende se stesso. E nemmeno i fenomeni attuali Messi e Ronaldo. In difesa ci sono il mitico portiere russo Yashin, il sinistro al fulmicotone di Roberto Carlos opposto a Ruud Krol, in mezzo il più grande difensore della storia all’unanimità, Franz Beckenbauer.

A centrocampo Guardiola a dettare i tempi affiancato da due fuoriclasse cui vale la pena spendere l’aggettivo  “universale”, Alfredo Di Stefano e Booby Charlton, aiutati da un compagno e amico di Cruyff, l’olandese Ketzer. Davanti la trinità: Pelè centravanti assistito da Maradona e Garrincha.