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Dino Zoff: “Grande carriera? Potevo fare di più, mi sento responsabile”

Dino Zoff: "Grande carriera? Potevo fare di più, mi sento responsabile"

ROMA – ”Con la mia carriera ho un rapporto di contrasto. È vero, ho fatto cose straordinarie però, essendo poco umile nel mio campo di competenza, mi sento sempre responsabile per qualche cosa in più che avrei potuto fare”.

A più di trent’anni dal suo ritiro dai campi di calcio e nel giorno del suo 75/o compleanno, Dino Zoff, in una intervista a ‘Il posticipo.it’ si racconta dai tempi in cui era bambino all’era dei cinesi, passando per i Mondiali, la Juve e la gloria.

”Forse è un po’ un’arroganza dell’essere – afferma il campione del mondo in Spagna nel 1982 – anche se poi non vado a recriminare su ciò che ho fatto perché, probabilmente, nel momento in cui ho agito non avrei potuto fare diversamente. Alla fine, bisogna sempre rimanere nella concretezza della realtà anche se ammetto che, in cuor mio, qualche rammarico rimane, legato forse alla presunzione di migliorare sempre, di ricercare la perfezione del lavoro”.

Un concetto molto friulano quello spiegato da Zoff, nato a Mariano del Friuli nel 1942: ”bisogna lavorare bene, indipendentemente dall’importanza delle cose che si fanno. È il motivo per cui vedo poche delle partite che ho disputato, anche le migliori, perché trovo sempre qualcosa che non andava. Tutta la mia vita è in una frase di mio padre. Credo che la disse ai tempi in cui giocavo nel Napoli: presi un gol su un tiro non irresistibile. Lui mi chiese: ‘Come mai hai preso quel gol?’. Al che gli risposi che non me lo aspettavo. E lui replicò: ‘Ma perché, tu cosa fai, il farmacista?’. È una sintesi dell’atmosfera che c’era a casa mia, il concetto a cui accennavo prima dell’impossibilità di accampare scuse. Anche se poi, quando si commetteva un errore, tutta questa severità non c’era”.

Un pensiero ai Mondiali in Argentina e Spagna: ”Differenze direi poche: ci furono – ricorda Zoff – tante critiche in entrambe le occasioni. Si era creato un certo contrasto soprattutto con Bearzot, quasi per partito preso, perché era uno che portava avanti le sue idee con determinazione. L’anno prima del mondiale in Spagna non chiamò Beccalossi in nazionale: naturalmente tutta la critica lo fece diventare il giocatore dell’anno. Però lui aveva l’unica visione che serve per vincere: idee e convinzioni. Oggi – conclude l’ex portierone della Juve e della Nazionale di calcio – mi fanno ridere tutti quelli che si atteggiano a scienziati del calcio, che contano i passi che fanno i giocatori in una partita. Il calcio è semplice”.

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