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Gigi Buffon confessa: “Ecco quando smetterò”

TORINO – Gigi Buffon scioglie le riserve, almeno parzialmente, sul suo futuro. E dice: “A 40 anni mi vedo come commissario tecnico”. C’è già chi vorrebbe il numero uno della Juventus e dell’Italia al posto di Antonio Conte, subito dopo l’Europeo che chiuderà la parentesi-Nazionale dell’ex mister bianconero. Ma è troppo presto: Buffon, infatti, si concederà un altro anno di attività agonistica. E dopo? “Con il bagaglio di esperienza che ho accumulato, mi sento pronto a fare una esperienza in panchina – premette -. Penso agli Stati Uniti, oppure alla Cina”.

Il capitano della Juventus e dell’Italia va in edicola in Francia facendo la linguaccia in copertina del mensile So Foot, parlando a ruota libera di tutto.

RIVOLUZIONE A cominciare dalla sua vita di portiere, rivoluzionario. Anche più del decantato Neuer che, spiega Buffon, non ha inventato nulla: “Quel che fa, lo facevo già nel Parma di Malesani con cui vincemmo Coppa Uefa, Coppa e Supercoppa italiane. Ho sempre avuto la predisposizione al gioco di piede. La vera novità l’ha introdotta il Barcellona una decina di anni fa, integrando il portiere nella costruzione del gioco”. Peccato però che nel frattempo la scuola italiana dei portieri si sia un po’ persa: “Perché da noi se fai cento parate e un errore, il resto della settimana si parlerà solo dell’errore, facendoti impazzire. All’estero invece puoi sbagliare e crescere tranquillo. Da noi se uno sbaglia è fregato. Chi resta ai vertici da noi è molto forte anche psicologicamente”.
DEPRESSIONE Come Buffon appunto che non solo, ricorda, di errori ne ha fatti pochi, ma che nel 2003 fece i conti con la depressione: “Può capitare a tutti. A me, quasi in modo banale. A 26 anni capii che finiva l’età della spensieratezza e questo passaggio all’età adulta provocò quel che ho vissuto. Ma non presi medicine perché non voglio essere dipendente da niente e nessuno. Cercai da solo l’uscita, parlando con qualche amico”. E la guarigione arrivò in campo, all’Europeo del 2004, all’esordio contro la Norvegia: “Ero molto angosciato e invece un po’ per talento e fortuna feci una buona partita. Finì 0-0, ma ero contento perché avevo risolto il mio problema”.
FUTURO Oggi Buffon è sempre in azzurro e ai vertici: “Anche se non ho la stessa passione, che è normale diminuisca un po’, ho ancora il piacere della sfida”. E il portiere è l’unica star dell’Italia. Non ci sono più fuoriclasse, come Baggio: “Forte come Maradona, ma con meno personalità”. La causa è nel Paese che cambia: “Ai miei tempi si giocava all’oratorio, in gruppo e convivialità. Oggi i giovani stanno davanti a computer, iPad e calcisticamente fantasia, ispirazione e talento ne sono anestetizzati”. Quando emergono i talenti magari emigrano, come Verratti: “Ma sono le dinamiche economiche a stabilirlo, quelle che permetteranno al Norwich di giocare in Champions tra un paio d’anni grazie allo sceicco di turno. E’ un bene per i loro tifosi, ma viene a mancare l’aspetto romantico del calcio, la tradizione, frutto del sudore di chi ti ha preceduto. Anche se mi offrissero il doppio dello stipendio altrove, io resto a vita alla Juve. Farne parte mi rende fiero. Perché ha un valore. E certi valori oggi sembrano fuori moda. (…) Voglio giocare a questi livelli fino a quarant’anni, poi basta”. Poi magari farà il c.t.: “Ma con l’ambizione di arrivare in alto. Osservo Usa e Cina, nazioni dal grande potenziale che tra una dozzina d’anni potrebbero vincere”. Che è poi la parola d’ordine di Buffon.