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Giro d’Italia a casa di Gino Bartali. Nel ’43 salvava gli ebrei portando messaggi sotto il sellino truccato…

Giro d'Italia a casa di Gino Bartali. Nel '43 salvava gli ebrei portando messaggi sotto il sellino truccato...

Giro d’Italia a casa di Gino Bartali. Nel ’43 salvava gli ebrei portando messaggi sotto il sellino truccato…

ROMA – Giro d’Italia a casa di Gino Bartali. Nel ’43 salvava gli ebrei portando messaggi sotto il sellino truccato… A Gino Bartali, alla cui memoria è dedicata, questa 11/a tappa del 100/o Giro d’Italia di ciclismo, in programma domani da Firenze (Ponte a Ema) fino a Bagno di Romagna, lunga 161 chilometri, sarebbe piaciuta tantissimo. La carovana attraverserà le province di Firenze, Arezzo, Forlì e Cesena, fra Toscana ed Emilia Romagna, in un saliscendi quasi in apnea. Il più classico dei tapponi appenninici partirà proprio dal paese di ‘Ginettaccio’ e ai corridori riserverà solo una quindicina di chilometri di pianura.

E’ questa l’occasione giusta – lo fa Alfredo De Girolamo per il Corriere della Sera – per ricordare non solo il campione, ma soprattutto la generosità e il coraggio messi a disposizione degli ebrei in pericolo in quel buio ’43 nella Firenze occupata da nazisti e squadracce fasciste. Ingaggiato, per così dire, dal vescovo di allora, il cardinale Elia Dalla Costa, Bartali si fece staffetta in incognito per trasportare messaggi, documenti, foto per approntare nuove carte d’identità.

Bisognava far presto, deportazioni e fucilazioni erano all’ordine del giorno nel novembre di quell’anno. La via di fuga attraverso Assisi era diventata improvvisamente impraticabile: meglio invece che dalla cittadina del santo ebrei e vittime designate dai nazisti invertissero la rotta verso Firenze. Ma serviva appunto una staffetta. Chi meglio di un campione abituato a consumare l’asfalto per allenarsi in vista di Giro e Tour de France?

Smessi i panni del campione e infilati quelli del gregario di lusso, Bartali smontò il tubo posteriore della bici per inserirvi le carte compromettenti prima di reinserire il manico del sellino.

Poi partiva verso sud-est, attraversando l’Arno e pedalando per quasi duecento chilometri fino ad Assisi. Gino conosceva la città di San Francesco. Aveva un appuntamento con padre Nicacci al convento di San Damiano, fuori dalle mura. Si presentò in canottiera e pantaloncini, nonostante la stagione fredda e disse subito al frate che in un quarto d’ora aveva fatto gli ultimi tredici chilometri, sostenendo di essere ancora in ottima forma atletica. Entrarono in una stanza del convento e l’immagine poteva apparire desueta: un uomo col saio francescano e un ciclista con la bicicletta in spalla che entravano in una stanza privata e lontani da occhi indiscreti. Gino smontò la sella della bici e tirò fuori le fotografie. Il primo carico per la produzione di carte d’identità false era andato a buon fine. (Dal libro Gino Bartali e i Giusti toscani di Alfredo De Girolamo, Edizioni Ets)

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